Citazioni, Politica, Riflessioni

La dignità di ogni persona

Le tragedie del Novecento hanno così reso visibile un’altra, terribile casistica, una moderna barbarie, e si sono trasformate in ammonimento. In apertura della Costituzione francese del 1948 si ricorda che quel testo è stato scritto “all’indomani della vittoria dei popoli liberi sui regimi che hanno cercato d’asservire e degradare la persona umana”. Ma pure i vinti, i tedeschi, si sono mossi nella medesima direzione, e hanno voluto marcare la distanza dal loro passato aprendo la loro Costituzione con il dichiarare inviolabile la dignità umana.

[…]

Ma non esistono cataloghi che contemplino le quotidiane vie verso l’esclusione dell’immigrato ritenuto indegno di sedere sulle stesse panchine dove si riposano i nativi, della donna indegna di stabilire liberamente le proprie relazioni personali e sociali, dell’omosessuale indegno di vedere riconosciuto giuridicamente il suo legame con un’altra persona, dell’arrestato indegno di essere rispettato nei suoi diritti se preme l’emergenza della sicurezza pubblica, del lavoratore indegno di conservare i diritti ritenuti incompatibili con l’emergenza economica. Queste sono le politiche dell’indegnità alle quali devono essere opposte le politiche dei diritti, mai come in questo caso costitutive dell’umanità stessa delle persone. Il mondo è fitto di queste indegnità, nuove alcune, molte invece provenienti proprio da quel passato dal quale si vuol liberare.

“Il diritto di avere diritti”, Stefano Rodotà

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Attualità, Politica, Riflessioni

Quanto vale una mela? E una persona?

Ho appena letto un articolo intitolato “Apple adesso vale più della Polonia o del Belgio“.

Quando leggo articoli di questo tipo mi altero molto, non tanto per la notizia (che comunque è un dato di fatto), quanto piuttosto per le implicazioni di una tale affermazione.

Apple supera per la prima volta i 500 miliardi di dollari di capitalizzazione: una cifra irraggiungibile anche per diverse nazioni europee.

[…] Le dimensioni della valutazione di Apple diventano più chiare se si fa un paragone con il prodotto interno lordo di Polonia, Belgio, Svezia, Arabia Saudita o Taiwan. Il PIL della Polonia nel 2011, infatti, si è fermato sui 499 miliardi di dollari […]

Un paragone di questo tipo è molto rischioso, in quanto sottintende una logica (a mio avviso, deleteria) che negli ultimi anni ha preso piede: un tale paragone suggerisce ai lettori che al giorno d’oggi una azienda equivale ad uno stato; anzi, un’azienda è anche meglio di uno stato perché vale di più!

Ma cos’è questo valore? Il denaro (“Apple vale 500 miliari di dollari, la Polonia 499”).

… ma il denaro è un valore solamente all’interno di un mercato. Giustamente un’azienda agisce all’interno di un mercato, ma supporre che uno stato agisca esclusivamente all’interno di un mercato è una logica quantomeno deviata!

Gli stati sono nati al servizio della società, come istituzioni formali per regolare e aiutare la vita delle persone. Gli stati sono nati ponendo la persona al loro centro. Negli ultimi anni invece, l’attenzione è stata abilmente spostata all’economia e così, ora, gli stati sono prevalentemente al servizio delle aziende e delle banche, ritenendo le persone addirittura sacrificabili.

Basti pensare alle pessime condizioni lavorative a cui ci stanno costringendo per abbassare i costi delle aziende (si veda, ad esempio, la rinuncia alle condizioni del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro a cui la FIAT a costretto i suoi dipendenti di Pomigliano e Mirafiori); al fatto che la politica ha accantonato argomenti fondamentali come ad esempio il testamento biologico o i diritti delle coppie di fatto per parlare di manovre finanziarie o tagli nella Pubblica Amministrazione; al fatto che nei TG ora parole come spreadbond, BCE (Banca Centrale Europea), costo del petrolio, sono entrate nel vocabolario quotidiano.

Mi piacerebbe che si pensasse un po’ meno ai soldi e un po’ più alle persone e alla loro dignità. E’ necessario uscire al più presto dalla logica del mercato e del profitto e (ri)scoprire la nostra umanità.

Mai e poi mai qualcuno mi convincerà che una mela vale più di una persona!

Politica, Riflessioni, Storia

Il funzionamento perverso della nostra società: The story of stuff

Anni fa vidi un filmato che cambiò la mia visione del mondo e confermò alcune miei idee sulla sostenibilità della nostra società. Qualche giorno fa, sono tornato su quel sito e ho riguardato quel filmato, che ora voglio divulgare il più possibile. Ho trovato una versione tradotta in italiano, che riporto di seguito (il sito ufficiale del progetto è www.storyofstuff.com).

Dal filmato emerge una visione inquietante della nostra società, che – anche senza la necessità di dover controllare minuziosamente dati statistici o analisi scientifiche – può essere facilmente confermata da qualsiasi persona, avendo molteplici riscontri nella vita quotidiana o nelle esperienze vissute.

La prima cosa che emerge dal filmato e di cui dobbiamo prendere atto è che stiamo esaurendo le risorse naturali, perché usiamo troppe cose. Negli ultimi tre decenni, abbiamo consumato un terzo delle risorse naturali del pianeta. Come hanno fatto i grossi stati a consumare così tanto? Semplice: hanno consumato le risorse che spettavano ad altri, ossia hanno sfruttato il Terzo Mondo fregandosene delle persone che vivono lì. Esse, infatti, non hanno niente e, in questa società, se non possiedi niente e non puoi comprare niente, non hai valore.

Bancomat – Marco Paolini (3:12)

Tutta la nostra società funziona grazie ai consumi, allo spreco e allo sfruttamento. L’andamento dell’economia indica la direzione da seguire, perciò la società è in balia di coloro che muovono maggiormente l’economia, ossia le aziende, il cui obiettivo annuale è quello di aumentare gli utili rispetto all’anno precedente. Se tutte quante le aziende devono diventare ogni anno più ricche (per soddisfare gli azionisti), com’è possibile che questo modello di società sia sostenibile?! Porsi come obiettivo un costante accumulo di ricchezza è perverso ed è palese che non possa funzionare, in quanto un aumento di ricchezza da una parte, implica necessariamente un aumento di povertà dall’altra. E’ ovvio quindi che la logica capitalista e consumista che ha guidato il mondo fino ai giorni nostri non può funzionare ancora a lungo. Ciò che sta succedendo in questi ultimi anni (bond argentini, Cirio, Parmalat, Lehman Brothers, il fallimento di alcuni paesi) e in questi ultimi giorni (crisi dei mercati azionari) lo testimonia.

Una società attenta principalmente al bene delle aziende è una società disposta a sacrificare le persone e il pianeta. Un passo fatto ultimamente in questa direzione in Italia è il contratto che è stato approvato in alcuni stabilimenti FIAT poco tempo fa, col quale i dipendenti sono stati costretti ad accettare condizioni lavorative peggiori, perché gli utili dell’azienda sono stati giudicati insufficienti. Questo contratto segna, secondo me, una svolta storica e indirizza il mondo verso scenari decisamente inquietanti per le persone: si insegue il modello lavorativo cinese (disumano), in cui la qualità della vita dei lavoratori è sacrificabile in favore della crescita economica, del profitto.

La stessa cosa avviene nel Terzo Mondo, dove le nazioni più forti consentono alle multinazionali di sfruttare persone e territori. E’ per questo che gli aiuti umanitari che vengono pubblicizzati in favore del Terzo Mondo sono solamente dei palliativi per nascondere il vero interesse, che è quello di mantenere il Terzo Mondo esattamente nelle condizioni in cui si trova per evitare che progresso e profitti vengano frenati.

Insomma, questo modello non è sostenibile, non funziona. Occorre riscoprire una dimensione più umana. Le persone e la qualità della vita devono tornare al centro degli interessi di tutto il mondo.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
(Robert Kennedy)

E cosa possiamo fare, noi, in concreto, per spezzare questa catena fallimentare e distruttiva? Si può incominciare dalle piccole cose; ad esempio, smettere di partecipare con dedizione alla “freccia d’oro” protagonista della seconda metà del filmato col quale ho aperto questo articolo.

Tutti noi abbiamo fatto esperienza della cosiddetta “obsolescenza pianificata“: a tanti sarà successo in passato di sentirsi costretti a comprare, ad esempio, un telefono cellulare nuovo perché la batteria non durava più a sufficienza, ma tali tipi di batterie non potevano più essere trovati facilmente nei negozi. Ai giorni nostri, però, questa condizione si verifica sempre meno, in quanto la anticipiamo inconsapevolmente dalla convinzione della cosiddetta “obsolescenza percepita“. Ogni anno ai telefoni cellulari aggiungono una nuova caratteristica assolutamente inutile ma che – con un po’ di pubblicità adeguata – è sufficiente a instaurare nella gente il desiderio di averla, perché altrimenti se preferisci possedere ancora una versione obsoleta potrai essere immediatamente identificabile dagli altri. Prima ci hanno provato con gli MMS, poi con la fotocamera, poi i MegaPixel della fotocamera, poi col touch-screen, ora con i sistemi operativi e le loro applicazioni (meglio se hanno un nome accattivante, come “Apps”). A questo riguardo, Apple sta diventando una regina incontrastata, grazie all’iPhone prima (la prima versione aveva addirittura meno funzioni di un altro cellulare!) o dell’iPad adesso (utile solamente in rarissimi casi). La società si adopera affinché percepiamo queste novità come indispensabili e noi nella maggior parte delle volte ci lasciamo convincere e corriamo a spendere sempre più soldi per avere un oggetto inutile che però ci consente di fare bella figura con gli altri affermando che siamo rimasti al passo con i tempi.

Per uscire da questa logica, bisogna sforzarsi per cercare di evitare di provare il desiderio di possedere le ultime novità; bisogna, in un qualche modo, “elevarsi” dalla bassezza di certe logiche di mercato. Capisco anche io che l’iPad è figo, ma provate a fermarvi un attimo a pensare: “A cosa cavolo mi serve? Cosa me ne faccio? Mi sarà utile davvero oppure passata la moda non lo userò più?”. Se prima di acquistare qualcosa mi pongo queste domande, spesso mi trovo a desistere per poi ringraziarmi per aver evitato di spendere soldi inutilmente e non aver alimentato la logica assurda che guida la nostra società.

Personale, Riflessioni

Una breve escursione, mentale

Oggi pomeriggio, per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto del tempo libero che non avevo programmato, e l’ho dedicato a me stesso. Ho preso la bicicletta e, con il lettore MP3 al collo, mi sono inoltrato nella stradina che più mi piace: un vialetto di campagna, costeggiato da un fosso e una fila di alberi. Lo scorrere dell’acqua, il sottofondo musicale e i raggi del sole che filtravano attraverso i rami hanno cullato i miei pensieri. Mi piacciono i momenti di solitudine, immerso nella natura, passati a riflettere sulla mia vita… dovrei farlo più spesso.
In questo momento ci sono alcune cose che mi preoccupano, il lavoro è una di queste. Io vivo a Brescia, ma lavoro a Milano: parto da casa alle 7 di mattina e ci ritorno dopo le 19:30 di sera; non ho tempo di fare niente, ceno e vado a letto. Il tempo libero per me è fondamentale e, purtroppo, è molto scarso. La soluzione sarebbe lasciare il lavoro e trovarne uno vicino a casa, oppure trasferirmi a Milano. Il problema è che il lavoro è uno dei migliori, forse il migliore; e di vivere a Milano proprio non se ne parla: Milano è caotica, è grigia, non mi piace per niente e se mi trasferissi perderei gli amici, la famiglia e la bellezza di vivere in un paese di una “piccola” città. E, oggi, ho rafforzato la mia convinzione di non lasciare la mia città natale. Non voglio perdere i campi di grano, i riflessi dei raggi del sole che passano tra le foglie dei rami e che trasformano la strada in un gioco di luci e zone d’ombra, le passeggiate in bicicletta, il suono di un rigagnolo, il profumo della campagna.
Non voglio perdere tutto questo…
Attualità

Modulo di assunzione

Riporto alcune frasi estratte da un articolo che ho letto ieri.

Le aziende devono chiarirsi le idee sui modi di assunzione di nuovo personale.
Chiedono il segno zodiacale del fidanzato/a o di tutta la famiglia, così se capiti in segni come Bilancia o Gemelli, gli occhi dell’interlocutore guardano al cielo e con un sospiro ti senti dire “ah, segni doppi”. Che scienza!

Altra perla preziosa da collezione: “dica i suoi pregi e i suoi difetti“. Per finire, in particolare per le donne non ancora sposate, alla domanda “ha intenzione di sposarsi?” le risposte canoniche da dare, non dimenticatelo, sono “fra dieci anni”, “no”, “mai”.
Succede con frequenza che, in colloqui con più aziende, la stessa persona si ritrovi lo stesso test. E se le aziende riscoprissero quel metodo infallibile dell’andare “a naso”?
Capitolo a parte merita il numero dei colloqui da sostenere: per occupare posti da 900 euro al mese, con contratto annuale, servono laurea, master, tre lingue in modo perfetto e poi bisogna sottoporsi dai due ai quattro colloqui e alla fine attendere a casa, anche per diversi mesi, la risposta, sempre se arriva!
Cose dell’altro mondo.

Qualche settimana fa, in un colloquio ho dovuto rispondere a tantissime domande, tra le quali c’erano le seguenti:

  • Legge libri? Di che genere?
  • Quante volte va in discoteca? (Mai/Ogni tanto/Spesso/Sempre)”

Ma che c’entra?! Che vi frega?! Io la sera posso mettere il giubbotto di pelle e andare con una Harley Davidson in discoteca a ballare l’Heavy metal o l’Hardcore e a farmi gli spinelli… cambia qualcosa? E se poi, invece, sul posto di lavoro fossi l’uomo più competente ed integerrimo del mondo, sempre vestito in giacca e cravatta?

Il fatto più scandaloso è che non mi hanno fatto domande, se non generiche, riguardo alle mie competenze!

Per loro conta di più la forma, l’apparenza, che la sostanza, il contenuto.
Che schifo!

PS: dopo aver letto il test, mi sono arrabbiato e ho fatto “lo stronzo” rispondendo negativamente a tutte le domande (“Sei disposto a lavorare anche a casa? No.”, “Porti giacca e cravatta? No.”, e così via). Dopo qualche giorno mi hanno richiamato offrendomi un secondo colloquio! Ovviamente, ho rifiutato.

 

Riflessioni

C’è meritocrazia… per gli amici.

Primo fatto.
Proprio ieri sera, un mio caro amico che vedo raramente mi ha raccontato quello che gli è accaduto negli ultimi tempi.
In particolare, ha voluto cambiare università e fortunatamente gli hanno convalidato tutti gli esami che ha fatto. Sì, però… favorito dal fatto che è stato accompagnato da una lettera di presentazione scritta da un suo amico che era pure uno stimato amico del professore che si è occupato di convalidare gli esami.
Secondo fatto.
In questo ultimo periodo io ho ricevuto un’interessante offerta di lavoro da un’azienda. L’azienda è la stessa in cui lavora la persona che mi ha aiutato nella mia tesi. Lui ha insistito tanto, finché è riuscito a convincere i suoi datori di lavoro ad offrirmi un contratto, sebbene l’azienda avesse deciso di non assumere più nessuno nell’immediato futuro.
Terzo fatto.
Riguardo a uno scandalo esploso nelle ultime settimane, voglio solo evidenziare alcuni componenti della GEA World, società di procuratori del calcio italiano.
Si parla di Alessandro Moggi (figlio di Luciano, direttore generale della Juventus), Andrea Cragnotti (figlio di Sergio, ex presidente della Lazio), Chiara Geronzi (primogenita di Cesare, numero uno di Capitalia, il gruppo bancario che tiene forzosamente in piedi la Lazio e che ha importanti rapporti anche con Perugia, Parma e Roma), Francesca Tanzi (figlia di Calisto, numero uno di Parmalat e Parma, nonché membro del consiglio di amministrazione della stessa Capitalia), Riccardo Calleri (figlio di Gian Marco, ex presidente di Lazio e Torino), Giuseppe De Mita (figlio dell’ex segretario Dc, Ciriaco, ed ex addetto stampa della Lazio) e Davide Lippi (figlio di Marcello, allenatore dell’Italia).
Morale.
Ma dov’è finita la meritocrazia? L’uguaglianza? Le pari opportunità?
Mi viene in mente un episodio del libro “La fattoria degli animali” di George Orwell. Dopo la rivoluzione con la quale gli animali scacciano i padroni dalla fattoria, sul muro del granaio vengono scritti sette comandamenti: l’ultimo recita “Tutti gli animali sono eguali”. Poco alla volta, i maiali acquistano sempre più potere e col tempo prendono il comando della fattoria. Alla fine, sul muro, i sette comandamenti lasciano il posto ad una sola frase: “TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU’ EGUALI DEGLI ALTRI”.
Epilogo.
In Italia tutti predicano la meritocrazia, ma alla fine sono molto più diffuse le raccomandazioni.
Prima o poi, tutti si trovano ad accettare od offrire un’opportunità che passa attraverso parenti/amici/conoscenti. E’ inevitabile. E’ nel DNA degli italiani.
La meritocrazia esiste. Sì… solo per gli amici, però!