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Sono fatto così, con le persone che mi importano

Ma non era stato tanto il peso a decidere la sorte di Lil quanto la sua docilità, una tolleranza paziente e bovina (o, può darsi, qualcosa di simile al dono della santità) alle critiche e alle punzecchiature provocate dai suoi difetti. C’erano dei momenti, questo è certo, in cui le critiche diventavano insopportabili anche per lei, e allora, dopo uno scoppio d’ira che lo coglieva completamente di sorpresa, Lil si ritirava al piano di sopra e non scendeva per una giornata o anche due. Allora, pensando tra sé: «Al diavolo, ho avuto centinaia di donne, non ho bisogno di lei», lui si attaccava al telefono e chiamava l’una o l’altra delle vedove di Bal Harbour. […] Ma il fatto era che queste donne alle quali telefonava erano più ricche e più mondane di Lil, donne abituate, come vedove di prosperi uomini d’affari, a vivere con più grandeur di lei e capaci di ispirare a mio padre una specie di ammirazione sociale: donne, in breve, meno malleabili di quella che aveva scelto, donne a cui non avrebbe potuto correggere i difetti cento volte al giorno.

Lil, fino a quando non era andata in pensione – cosa che mio padre l’aveva convinta a fare, controvoglia –, aveva lavorato nell’ufficio di un fornitore di ricambi per automobili che, guarda caso, era di proprietà di uno dei miei amici d’infanzia, Lenny Lonoff, la cui famiglia abitava proprio davanti alla nostra quando noi bambini andavamo alle elementari. Lil si era trasferita nel condominio di mio padre poco dopo la morte del marito – un anno dopo la morte di mia madre – e vi abitava con uno dei due figliastri, Kenny, il cui acume finanziario non era del tutto conforme ai criteri di mio padre. Non soltanto mio padre non approvava come Kenny si occupava dei suoi affari, ma non gli piaceva neanche il modo in cui Lenny Lonoff gestiva la sua azienda. Quando lo disse a Lil, invece di ribattere che non sapeva di che parlava o che non aveva bisogno della sua opinione, lei rimase là seduta ad ascoltarlo senza rispondere, e secondo me a sedurlo fu più questa indulgenza che la rubensiana abbondanza di forme che ben presto lui arrivò a vedere come una conseguenza del fatto che Lil continuava a mangiare troppo nonostante mio padre, instancabilmente, la sgridasse, un pasto dopo l’altro, una portata dopo l’altra, una porzione dopo l’altra. Mangiare era la sua unica vendetta e, come il tumure, era una cosa che lui non poteva fermare, per quanto recriminasse.

Non riuscì mai a comprendere che una capacità di rinuncia e un’autodisciplina di ferro come la sua erano qualcosa di straordinario e non una dote condivisa da tutti. Lui pensava che, se l’aveva un uomo con i suoi handicap e i suoi limiti, doveva averla chiunque. L’unica cosa richiesta era la forza di volontà: come se la forza di volontà crescesse sugli alberi. Il suo incrollabile impegno verso tutti coloro dei quali si sentiva responsabile sembrava costringerlo a reagire a quelle che percepiva come le loro manchevolezze con la stessa visceralità con cui reagiva a quelli che riteneva – non necessariamente a torto – i loro bisogni. E poiché la sua era una personalità perentoria, e poiché sepolta dentro di lui c’era anche una pepita purissima di preistorica ignoranza, non aveva idea di quanto le sue esortazioni potessero essere improduttive, esasperanti e persino, certe volte, crudeli. Ti avrebbe detto che non soltanto puoi portare un cavallo all’abbeveratoio, ma puoi anche costringerlo a bere: basta stargli addosso, hock hock hock, finché comincia a ragionare e lo fa. (Hock: un termine di origine yiddish che in questo contesto significa tormentare, tartassare, martellare di editti, appelli e avvertimenti; in breve, fare con le parole un buco nella testa di qualcuno).

Dopo che lui e Lil, un dicembre, erano andati a West Palm Beach, mio padre scrisse una lettera a mio fratello, riempiendo entrambe le facciate di due fogli di carta da lettera bianca con la sua calligrafia laboriosa e quasi illeggibile. Sandy l’aveva esortato, per amore della pace domestica, a cercare di essere un po’ meno critico con Lil, soprattutto sul mangiare, una volta soli in Florida. Aggiunse che forse avrebbe potuto calcare meno la mano anche con Jonathan, il figlio minore di Sandy, che stava cominciando proprio allora a guadagnare i primi veri soldi della sua vita come rappresentante della Kodak e al quale nostro padre, nelle sue lettere e nelle sue telefonate settimanali, consigliava, con la solita inflessibilità, di risparmiare e di spendere poco.

Caro Sandy
io credo che ci sono due tipi (tra la gente dico) di Filosofie. La gente che gli importa e quella che non gli importa, la gente che fa e quella che Procrastina e non fa ne aiuta mai.

Ero tornato a casa dall’ufficio e non mi sentivo bene, tu e Phil eravate molto piccoli. La mamma stava preparando la cena. Non mi sono messo a tavola, invece sono andato nel soggiorno. In meno di un’ora è arrivato il dottor Weiss, lo aveva chiamato la mamma. Il quadro era questo. mi ha chiesto cosa avevo che non andava. Glielo detto, avevo una fitta sopra il cuore, dopo la visita mi ha detto che non riusciva a trovare niente di storto. Poi mi ha chiesto quali erano i miei eccessi. Ho risposto che l’unica cosa che potevo immaginare era che fumavo parecchio, Lui mi ha chiesto se me la sentivo di diminuire la quantità da 24 al giorno a tre. Perché non zero?, faccio io, e in una settimana il dolore è sparito, avevo smesso completamente di fumare. Alla mamma è importato, il dottor Weiss ha dato i suoi consigli, io ho ascoltato, ci sono molti consigliatori a questo mondo, e gente che gli importa e che fa, e gente che ascolta, in molti casi si salvano delle vite, e ci sono anche quelli che si lasciano troppo andare, quelli che fumano troppo e bevono troppo, che si drogano e che sono dei mangiatori irrefrenabili. In ogni modo, tutte queste circostanze possono far venire malattie, e certe volte anche qualcosa di peggio.

Tu avevi bisogno di una casa. Sono andato subito a procurarti i soldi per comprarla. Perché? perché mi importava. Phil aveva bisogno di un’operazione per la sua Ernia, io l’ho portato dal dott. ed è stato operato. Lo stesso con la mamma dopo che aveva sofferto per 27 anni. Perché? perché mi importava e io sono uno di quelli che le cose le fanno. I suoi genitori le volevano bene? credo di sì, ma io ho sentito il dolore di tutti e due e ho agito, non ho procrastinato. Io parlo con Jon e lo martello, hock hock hock. Uso Cliché di ogni genere, «Come», lo sciocco e il suo denaro fanno presto a separarsi) (Un Soldino risparmiato è un soldino guadagnato) (un giorno ci sarà un vecchio che dipende da te). e quando mi ha chiesto chi, gli dico che sei tu). ecc. non glielo dico una volta sola, continuo hock hock hock, perché?, perché se lo dimentica, come un bevitore irrefrenabile, o un drogato, ecc. Perché continuo così, hock hock hock? Mi rendo conto che è una scocciatura, ma se sono persone che mi importano io cerco di curarle, anche se fanno obiezioni o non sanno cos’è la disceplina/discialpina me compreso. Faccio molte battaglie con la mia coscenza, ma lotto contro i pensieri sbagliati. Mi importa della gente a modo mio.

Ti prego di scusare l’ortografia e la calligrafia. Non sono mai stato un bravo scrittore ma ora è peggio. Non ci vedo tanto bene.

Il signor Hock, Nome sbagliato
dovrebbe essere quello che gli importa degli altri
Con affetto

Papà

Continuerò sempre a
fare Hock hock hock e a Importarmi. Sono
fatto così, con le persone che mi importano

“Patrimonio”, Philip Roth

 

 

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