Personale, Politica, Riflessioni

Dall’altra parte

Steve McCurry-Mother and child at car window, Bombay, India, 1993
Mother and child at car window“, Bombay, India (1996) – Steve McCurry

Piove. Una giovane donna e sua figlia stanno in piedi sotto la pioggia, dalla quale non tentano nemmeno di ripararsi, perché – in fondo – l’acqua sulla testa non provoca dolore. Quando attorno a te c’è miseria, fame e malattie, la pioggia non ti fa paura. Ci sono altre questioni molto più importanti a cui prestare attenzione, come, ad esempio, un taxi che passa accanto a te che forse trasporta un turista, qualcuno che possa allungarti qualche soldo che ti consenta di campare qualche giorno o che ti possa garantire anche solo un pasto in più.

Appena comincia a piovere, l’uomo seduto nel taxi afferra la manovella e comincia a girarla affannosamente per tirare su il finestrino. Finalmente è al sicuro. Che bella sensazione sentire il ticchettio delle gocce sul tettuccio dell’auto mentre, al riparo, comodamente seduto sui sedili in pelle, guarda il finestrino cominciare ad appannarsi!

Comincia a fare caldo e umido. L’uomo abbassa leggermente il finestrino, in modo da far entrare un po’ d’aria. La ragazza si avvicina, appoggia una mano sul finestrino e guarda l’uomo. Non dice niente, osserva e basta; è chiaro ciò che le servirebbe, ma non pretende nulla. È cresciuta con la consapevolezza che nulla sia dovuto: tutto ciò che il mondo le darà sarà da prendere come un dono.

Da una parte il ricco Occidente; dall’altra i paesi poveri. In mezzo, a separare i due mondi, un vetro impenetrabile che lascia scorgere solo qualche sagoma sfocata: ai poveri non è consentito guardare tutti i contorni del benessere, e i ricchi non vogliono sentirsi a disagio guardando dritta in faccia la povertà di cui sono responsabili. Solo un sottilissimo spiraglio mette in contatto i due mondi, così sottile quanto gli aiuti che l’occidente dà ai paesi sottosviluppati, piccoli tentativi sporadici o isolati che appaiono insignificanti davanti all’enorme portata delle conseguenze delle azioni malevole perpetrate dagli stessi occidentali e dalle loro aziende per aumentare il proprio benessere.

puoi vestirti di seta, vestirti di cotone
ti può piacere il whisky o il succo di limone
può piacerti il pane, può piacerti il caviale
puoi dormire in un grande albergo o in una casa circondariale

ma devi sempre servire qualcuno
sempre servire qualcuno
e forse sarà il diavolo, forse sarà Dio
ma devi sempre servire qualcuno

(“Servire qualcuno – Gotta Serve Somebody”, Francesco De Gregori – Bob Dylan)

Citazioni, Musica, Riflessioni, Storia

Dylan e De Gregori: “Chi è l’assassino?”. Nessuno. O tutti?

L’altra sera, mentre mi spostavo in auto per un lungo tragitto, ho riascoltato il “bootleg” del concerto di Bob Dylan del 1964 al Philharmonic Hall. Arrivato alla canzone “Who killed Davey Moore?“, il discorso introduttivo di Dylan mi ha colpito particolarmente e, forse per la pungente ironia o forse per chissà quale altra ignota connessione sinaptica, mi ha ricordato il discorso di De Gregori inciso nell’album “Catcher in the sky“, che riporto qui:

La prossima è una canzone costruita in modo abbastanza particolare. E’ fatta tutta con dei verbi messi al modo infinito e tutti questi verbi hanno anche l’ultima sillaba accentata, quindi sono parole tronche. […] Allora tutte queste parole, tutti questi verbi all’infinito sono anche tronchi: sono infiniti tronchi. Io volevo chiamare questa canzone, proprio per chiarezza, “Infiniti tronchi“. Poi però ho pensato che qualche critico musicale l’avrebbe scambiata per una canzone su una foresta sterminata. E allora, con un colpo di genio, l’ho chiamata “Sotto le stelle del Messico a trapanar“.

L’ironico discorso di Dylan invece è questo:

This a song about a boxer… It’s got nothing to do with boxing, it’s just a song about a boxer really.
And, uh, it’s not even having to do with a boxer, really. It’s got nothing to do with nothing.
But I fit all these words together… that’s all…
It’s taken directly from the newspapers. Nothing’s been changed… except for the words.

che tradotto significa:

Questa è una canzone su un pugile… Non ha niente a che fare con la boxe, è davvero semplicemente una canzone su un pugile.
E, uh, non ha nemmeno niente a che fare con un pugile, in effetti. Non ha niente a che fare con niente.
Ma ho unito tutte queste parole insieme… questo è tutto…
E’ presa direttamente dai giornali. Niente è stato cambiato… eccetto le parole.

L'ultimo combattimento di Davey Moore, contro Sugar Ramos (21 marzo 1963)
L’ultimo combattimento di Davey Moore, contro Sugar Ramos (21 marzo 1963). Al termine dell’incontro e dopo aver rilasciato alcune interviste, Davey Moore cadde in coma nel suo camerino. Non si risvegliò più. Morì il 25 marzo 1963.

Subito dopo questa introduzione, ho ascoltato con molta attenzione la canzone di Dylan, mentre nella mia mente si formulava il collegamento con De Gregori di cui vi ho già parlato.

La canzone di Dylan gira attorno al ritornello: “Chi ha ucciso Davey Moore? Perché e per quale motivo?“. Nelle strofe è come se Dylan andasse ad intervistare, uno per uno, tutti coloro che erano presenti all’incontro di boxe che ha poi provocato la morte del pugile. Ognuno di essi non fa altro che cercare in tutti i modi di discolparsi e convincerci che lui non abbia alcuna minima responsabilità sull’accaduto.

Alla fine, né l’arbitro, né la folla, né il manager, né gli scommettitori, né i giornalisti si dicono coinvolti. Tutti terminano dicendo: “Non sono stato io a farlo cadere; non potete di certo incolpare me!“. La canzone si conclude con l’affermazione dell’avversario: “E’ stato il destino; è stata la volontà di Dio“.

Luigi Tenco mentre canta
Luigi Tenco mentre canta “Ciao amore ciao” al Festival di Sanremo del 1967. Dopo l’eliminazione dalla competizione canora, tornò in albergo e si uccise sparandosi alla testa.

Inevitabile per me, a questo punto, collegare questa canzone con un’altra canzone di De Gregori intitolata “Festival“, che narra la fine di Luigi Tenco, un cantautore che nel 1967 si uccise durante il Festival di Sanremo a cui stava partecipando.

Anche questa canzone gira attorno alla domanda: chi l’ha ucciso? E, anche qui, De Gregori si sofferma su tutto ciò che accadde in quei giorni: le ipotesi e accuse infondate (“forse aveva bevuto troppo“, “un problema di donne“, “aveva dei debiti“), l’ipocrisia di molti (“Lo portarono via in duecento. Peccato fosse solo, quando se ne andò.“), la speculazione sul tragico evento (“presero le sue mani e le usarono per un applauso più forte“), le responsabilità di ognuno (“l’uomo della televisione“, “l’inviato della pagina musicale“, coloro che “si ritrovarono dietro il palco“), la voglia di superare in fretta l’accaduto per poter proseguire con lo spettacolo (“Nessuna lacrima vada sprecata; in fin dei conti cosa c’è di più bello della vita?“, “tutti dicevano ‘Io sono stato suo padre!’, purché lo spettacolo non finisca“, “altri ne hanno fatto un monumento per dimenticare un po’ più in fretta“).

La risposta alle domande “chi ha ucciso Davey Moore?” e “chi ha ucciso Luigi Tenco?” potrebbe essere banale: il primo è morto per le botte ricevute dal suo avversario, mentre il secondo si è sparato. Invece, Dylan e De Gregori ci spingono ad allargare il nostro punto di vista ed approfondire le concause. Dopo poco, ci rendiamo conto che questi tragici eventi sono solamente la conseguenza manifesta di tutto ciò che è avvenuto prima e che, se ne analizziamo il contesto, ci viene il sospetto di avere qualche macchia sulla coscienza.

Facciamo parte di una società molto più grande di noi dalla quale, talvolta, probabilmente per pigrizia, ci lasciamo spingere a partecipare ad eventi, movimenti o gruppi apparentemente giustificati ma che potrebbero nascondere conseguenze pericolose.

Come ha illustrato molto bene Hannah Arendt nel libro “La banalità del male“, la colpa più grande dei gerarchi nazisti è forse quella di aver eseguito gli ordini senza pensare, senza chiedersi se fosse giusto o meno. Tuttavia, senza arrivare ad eventi tragici come omicidi o genocidi, anche noi, nel quotidiano, spesso facciamo le cose senza pensare; anche le più banali, come andare a fare la spesa scegliendo il prodotto più economico, ignorando il fatto che probabilmente un prezzo così basso è il risultato dello sfruttamento di qualcuno o qualcosa (ad esempio, l’ambiente). Sarebbe bene, quindi, fermarsi più spesso a riflettere su ciò che facciamo e su quanto sia giusto farlo.

Anche se ora ve ne fregate, voi quella notte voi c’eravate.
Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.
(“Canzone del maggio“, Fabrizio De Andrè)


Per completezza, riporto di seguito il testo delle due canzoni (di quella di Dylan riporto solo la traduzione in italiano, essendo comunque molto facile reperire il testo originale).

WHO KILLED DAVEY MOORE?

Bob Dylan

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice l’arbitro
“Non puntate l’indice contro di me
Avrei potuto fermare l’incontro all’ottava
e forse lo avrei salvato dal suo destino
Ma la folla avrebbe protestato, ne sono sicuro,
per aver sprecato il proprio denaro.
E’ un peccato che sia morto
ma c’era pressione su di me, sapete.
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non noi” dice la folla arrabbiata
le cui grida hanno riempito lo stadio stracolmo.
“E’ un peccato che sia morto quella notte
ma a noi piace solo vedere un incontro di pugilato
Non intendevamo certo che egli morisse
volevamo solo vedere un pò di sudore
non c’è niente di sbagliato in questo
Non siamo stati noi a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare noi”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice il suo manager
sbuffando col suo grosso sigaro
“E’ dura da dire, è difficile da raccontare,
ma ho sempre creduto che stesse bene
E’ un peccato per sua moglie e per i suoi figli che egli sia morto
ma se stava male avrebbe dovuto dirlo lui
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice lo scommettitore
con il suo biglietto ancora in mano
“Non sono stato io quello che lo ha mandato a tappeto
Le mie mani non lo hanno nemmeno sfiorato
Non ho commesso nessun peccato
e ad ogni modo avevo pure scommesso sulla sua vittoria
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice il giornalista sportivo
mentre pesta sulla sua macchina da scrivere
e dice “La boxe non ha colpe
c’è più rischio in una partita di football
Il pugilato deve continuare
è una questione di tradizione americana
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice l’uomo i cui pugni
lo fecero cadere in un bagno di sudore
Che è venuto qui dalle frontiere di Cuba
dove la boxe non è più legale
“L’ho colpito, certo, è vero
ma è quello per cui sono pagato
Non dite “uccidere” non dite “assassinare”
E’ stato il fato, è stato il volere di Dio”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

(traduzione presa da http://www.maggiesfarm.it/ttt292.htm)

FESTIVAL

Francesco De Gregori

Nella la città dei fiori disse chi lo vide passare
che forse aveva bevuto troppo ma per lui era normale.
Qualcuno pensò fu un problema di donne,
un altro disse proprio come Marylin Monroe.
Lo portarono via in duecento,
peccato fosse solo quando se ne andò.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

E l’uomo della televisione disse:
“Nessuna lacrima vada sprecata, in fin dei conti cosa
c’è di più bello della vita, la primavera è quasi cominciata”.
Qualcuno ricordò che aveva dei debiti,
mormorò sottobanco che quello era il motivo.
Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo.
La notte che presero le sue mani
e le usarono per un applauso più forte.
Chi ha ucciso il piccolo principe che non credeva nella morte?

E lontano lontano si può dire di tutto,
non che il silenzio non sia stato osservato.
L’inviato della pagina musicale scrisse:
“Tutto è stato pagato”.
Si ritrovarono dietro il palco,
con gli occhi sudati e le mani in tasca,
tutti dicevano “Io sono stato suo padre!”,
purché lo spettacolo non finisca.
La notte che tutti andarono a cena
e canticchiarono “La vie en rose”.
Chi ha ucciso il figlio della portiera, che aveva fretta e che non si fermò?

E così fu la fine del gioco,
con gli amici venuti da lontano,
a deporre una rosa sulla cronaca nera,
a chiudere un occhio, a stringere una mano.
Alcuni lo ricordano ancora mentre accende una sigaretta,
altri ne hanno fatto un monumento
per dimenticare un po’ più in fretta.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

Attualità, Citazioni, Politica, Riflessioni, Storia

Com’è profondo il mare

 

Sior capitano, aiutaci ad attraversare
questo mare contro mano
(“Natale di seconda mano”, Francesco De Gregori)

 

“Preferisco morire in mare piuttosto che per mano di un dittatore”.

“Nel mio paese non torno, piuttosto preferisco annegare”.

Il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero del mondo.

Strage a Lampedusa

 

E` inutile, non c’è più lavoro, non c’è più decoro.
Dio o chi per lui sta cercando di dividerci,
di farci del male, di farci annegare.
Com’è profondo il mare.
Com’è profondo il mare.
(“Com’è profondo il mare”, Lucio Dalla)

 

Qui […] non è questione di filantropia ma di diritto, e in tal senso ospitalità significa il diritto di ogni straniero a non essere trattato ostilmente quando arriva in un territorio altrui. […] Si tratta di un diritto di visita, appartenente a tutti gli uomini, che consiste nel dichiararsi pronti a socializzare in virtù del diritto al possesso comune della superficie della terra.
(“Per la pace perpetua”, Immanuel Kant, 1795)

 

Per quanto ci sforziamo, le persone che attraversano paesi, mari e frontiere non si fermeranno; la storia è dalla loro parte. Prima lo accettiamo e cominciamo a coglierne i vantaggi, meglio sarà.

Siamo ancora in tempo per vivere in un mondo in cui la fortuna di ciascuno di noi non sia in funzione della propria condizione di origine.

 

Quante orecchie deve avere un uomo
prima che riesca ad ascoltare la gente piangere?
Sì, e quante morti ci vorranno perché egli sappia
che troppe persone sono morte?
How many ears must one man have
before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
that too many people have died?

(Blowin’ in the wind”, Bob Dylan)

Attualità, Riflessioni

Pensieri in cattività

Alcuni pensano liberamente, alcuni pensano in cattività.
(“Finestre rotte”, Francesco De Gregori)

Dal giorno in cui ho sentito questa frase, me la sono scolpita nella mente. La ritengo una frase perfetta: è incisiva e descrive una realtà inquietante, pur spronando, contemporaneamente, l’ascoltatore a cambiare se stesso per dimostrare che egli si trova sul lato “giusto”. Separa nettamente due tipi di persone: quelli che analizzano, pensano, riflettono sulla propria condizione e sugli eventi che si verificano attorno a loro, da quelli che invece parlano senza aver ragionato, con frasi fatte o per sentito dire, seguendo come un dogma ciò che qualcun altro ha preconfezionato per loro.

Un po’ tutti lo facciamo; lo si può notare anche nelle piccole cose. Ad esempio, quando si generalizza dicendo che i politici sono tutti uguali o che non c’è nessuno di onesto. Oppure quando si dice che in televisione non c’è nulla di interessante perché ci sono solo i programmi spazzatura trasmessi da RAI e Mediaset – senza pensare, ad esempio, che il Digitale Terrestre mette a disposizione decine e decine (se non centinaia) di canali. Seguiamo come pecoroni quello che vediamo fare dagli altri, ripetiamo come pappagalli ciò che sentiamo dire.
Eppure, è sufficiente spostarsi un po’ più in là, guardare oltre il recinto che ci hanno costruito (o ci siamo costruiti) attorno, e provare ad uscirne.

Pensare in cattività significa mettersi allo stesso livello degli animali che vivono in allevamento. Non hanno possibilità di scampo: devono fare ciò che viene progettato per loro, devono vivere una vita prestabilita; ma la cosa più inquietante è che essi spesso non hanno coscienza di questa loro condizione – perché, ad esempio, sono nati lì – che altrimenti farebbe provare loro una sensazione di impotenza. Invece, magari, tutto sommato sono pure contenti, vivono serenamente, nella normalità; non si rendono conto di vivere in un mondo artificioso.

I mass media hanno un potere pazzesco. Lo si sapeva agli esordi della televisione, quando la RAI fu creata appunto anche con l’intento di alfabetizzare ed alzare il livello culturale degli italiani. Possiamo dire che televisione e giornali siano strumenti potentissimi, in grado di manipolare le idee della popolazione. Del resto, anche l’obiettivo della pubblicità è questo: ripetere un messaggio fino a scolpirlo nella mente degli ascoltatori/lettori, con l’intento di condizionare (forzare) le loro future scelte.

Stiamo attenti, quindi, a non sottovalutare ciò che vediamo e ciò che sentiamo, perché il rischio di “pensare in cattività” è più alto di quanto possiamo immaginare; e tutti possiamo cadere in questa trappola, anche inconsciamente… o magari l’abbiamo già fatto.

Citazioni, Musica

Spiegazione del testo de “L’agnello di Dio” di Francesco De Gregori

Nel 1996, dopo 4 anni dall’ultima pubblicazione di inediti, uscì un nuovo album di Francesco De Gregori, intitolato “Prendere e lasciare”. Fu un album abbastanza sfortunato, non tanto per il successo (che comunque fu buono) ma soprattutto perché fu vittima di svariate critiche ed eventi collaterali.

Innanzitutto quest’album segnava un punto di svolta nella musica di De Gregori in quanto, facendo largo uso di strumenti elettrici, si distaccava dagli album precedenti dirigendosi verso sonorità sempre più rock (appositamente per avvicinarsi a questo tipo di suono, fu deciso di incidere l’album negli Stati Uniti). Pochi suoi fan accettarono con facilità questa svolta e, per questo, l’album subì qualche critica (mi ricorda vagamente ciò che accadde a Bob Dylan tanti anni prima, nel 1965, quando a Newport il pubblicò inferocito reagì addirittura con degli insulti quando vennero usate chitarre elettriche per accompagnare canzoni che, invece, furono incise anni prima con delle semplici chitarre non amplificate).

Un altro evento che danneggiò l’album fu la presenza di una canzone intitolata “Prendi questa mano, zingara”. Molti anni prima (nel 1969), Iva Zanicchi e Bobby Solo vinsero il Festival di Sanremo con la canzone “Zingara”, che iniziava proprio con le parole “Prendi questa mano, zingara”. Evidentemente, a De Gregori era piaciuta l’idea della canzone della Zanicchi e decise di riprenderne il soggetto e continuare a farlo vivere in un’altra canzone, dandole una sfumatura diversa: non una cover, ma una canzone malinconica, scura e inquietante, esplicitamente ispirata a quella della Zanicchi. Ad Iva Zanicchi piacque molto la canzone di De Gregori e si disse pure molto lusingata; gli autori della canzone della Zanicchi invece reagirono male e fecero causa a De Gregori per plagio. Nonostante l’intenzione di De Gregori fosse quella di prendere ispirazione da quella canzone e sviluppare l’argomento in maniera diversa, tra l’altro ammettendo pubblicamente la provenienza di quell’idea citando esattamente il primo verso di quella canzone nella sua (“Prendi questa mano, zingara, dimmi pure che futuro avrò”), nel 2002 fu condannato per plagio, costretto a ristampare l’album senza quella canzone, con il divieto assoluto di suonarla in qualsiasi concerto futuro. Insomma, una sentenza – secondo me ingiusta – che voleva cancellare per sempre una canzone a mio avviso stupenda. Fortunatamente, nel 2007, la sentenza fu ribaltata dalla Corte d’appello e De Gregori fu assolto: la sentenza affermò che quella porzione di testo è da considerarsi una citazione e non un plagio.

Infine, un altro aspetto che mise in cattiva luce l’album, fu la presenza di un’ulteriore canzone intitolata “L’agnello di Dio”, che oltretutto fu scelta per la promozione del disco. Alla sua pubblicazione, seguì un articolo dell’Osservatore Romano (il giornale del Vaticano) che mosse svariate critiche nei confronti di alcuni cantautori italiani – tra i quali Venditti, De André, Dalla, Battiato, Ligabue e De Gregori – per l’utilizzo di Dio nei loro testi nonostante gli autori fossero dichiaratamente atei, accusandoli di assecondare solamente strategie di mercato (“nuova moda religiosa pilotata dai padroni del disco”). I Paolini, invece, diedero un giudizio positivo per la canzone di De Gregori, attribuendogli il merito di esprimere “una ricca seppure dolorosa carica di umanità”.

De Gregori ribatté alle critiche osservando che «Gesù patì non in compagnia di sant’uomini, ma di due ladroni che portò con sé in Paradiso. Al posto dei ladroni in questa canzone ci sono puttane, spacciatori, il soldato che decapita il nemico… Non è certamente una canzone pacificatoria. Ma dov’è lo scandalo?».

Le critiche del Vaticano furono risolte in un duro ma sincero faccia-a-faccia tra De Gregori e il cardinale Ersilio Tonini (concluso con un abbraccio tra i due) avvenuto il 21 ottobre 1996 in una trasmissione TV condotta da Red Ronnie, chiamata Roxy Bar (in onda su TMC), e annunciato dai giornali come una sorta di resa dei conti tra la musica dei giovani e la Chiesa.

“Può un ateo usare il nome di Dio senza passare per blasfemo?”, ha chiesto De Gregori a Tonini, mentre il cardinale tentava di spiegare al cantautore che “la voce poetica” e “le mani che scrivono canzoni” sono un dono. Un punto di vista non compreso da chi “non ha fede”, ha osservato De Gregori. E mentre Ronnie e l’autore di Rimmel lo incalzavano, Tonini ha specificato: “Posso ringraziare Dio di avere fatto uno come te”, frase alla quale ha fatto seguito l’abbraccio.

Quasi due anni dopo, ricordando quell’incontro, De Gregori dedicò “L’agnello di Dio” al cardinal Tonini durante un concerto: “Mi disse che l’ aveva trovata carina e a lui voglio dedicarla. Non credo sia presente in teatro ma se lo incontrate, fateglielo sapere”.

Ma veniamo al testo della canzone, partendo dal suo titolo.

Agnello di Dio” è un’espressione evangelica che si riferisce a Gesù Cristo nel suo ruolo di vittima sacrificale per la redenzione dei peccati dell’umanità: è “colui che toglie i peccati del mondo” grazie al suo sacrificio. Durante la Messa, infatti, i Cristiani offrono le sofferenze ed il sacrificio di Gesù (che è appunto l’Agnello di Dio da sacrificare) a Dio Padre, in espiazione dei peccati del mondo.

Dunque, come suggerisce il titolo, questa canzone tratta di un grande sacrificio che appare inevitabile e necessario.

“Ecco l’agnello di Dio
chi toglie peccati del mondo”,

L’incipit della canzone è la stessa formula che si ripete più volte durante la Messa, quasi a sottolineare il fatto che ciò che verrà raccontato nella canzone appartiene ad un vecchio rito che si ripete costantemente e inevitabilmente, sempre uguale a se stesso. In questa frase, però, c’è qualcosa di strano, una inquietante storpiatura: “chi toglie peccati del mondo” anziché “che toglie i peccati del mondo”. Il motivo è presto spiegato…

disse la ragazza slava
venuta allo sprofondo.

… quella prima frase è in realtà pronunciata da una ragazza straniera (che quindi non conosce ancora bene la lingua), immigrata verso un posto orribile, in cui ci si finisce solo perché ci si è sprofondati dentro involontariamente. Ma perché la ragazza slava pronuncia quelle parole? Anche qui, è sufficiente aspettare la frase successiva:

Disse la ragazza africana sul Raccordo Anulare:
“Ecco l’agnello di Dio che viene a pascolare
e scende dall’automobile per contrattare”.

Accanto alla slava, c’è un’altra ragazza sempre straniera, ma stavolta proveniente da un paese diverso, l’Africa. Si trova a lato dell’autostrada che circonda Roma, il Grande Raccordo Anulare. Un’auto ha appena accostato, ed è sceso un uomo che si dirige verso di lei, con l’intento di contrattare il prezzo della prestazione sessuale che va cercando (“viene a pascolare”). La ragazza sostiene che quell’uomo è una vittima tanto quanto lei: sono entrambi vittime di questo mondo perverso, entrambi agnelli di Dio che vengono sacrificati pubblicamente.

Ecco l’agnello di Dio
all’uscita dalla scuola

La scena successiva si apre con un collegamento alla precedente: il soggetto è il medesimo, l’agnello di Dio. Anche nei pressi di una scuola, dunque, si sta per consumare un sacrificio, con delle vittime.

ha gli occhi come due monete,
il sorriso come una tagliola

Ci vengono pure dati alcuni dettagli sull’aspetto fisico dell’agnello che si trova davanti a quella scuola, quasi per rassicurarci, per farci prendere confidenza con lui a tal punto da poterci fidare. Prestando maggiore attenzione, però, si capisce che in realtà non sono semplici tratti somatici, perché ci dicono qualcosa anche del suo carattere.

Gli occhi sono tondi, spalancati, inanimati, che non lasciano trasparire sentimenti, assomigliando a due fredde monete. Questa similitudine suggerisce anche che quegli occhi potrebbero essere avidi di denaro, iniziando a farci sospettare che il loro padrone nasconda qualcosa di sinistro.

Perfino il sorriso stampato sulle sue labbra è talmente rigido che assomiglia ad una tagliola. E anche questa similitudine non è casuale in quanto serve a creare una atmosfera inquietante: il suo sorriso è in realtà una trappola, in cui animali innocenti possono rimanere incastrati se non prestano la necessaria attenzione, se non le stanno alla larga.

Dopo questi brevi tratti fisici, continua la descrizione del soggetto attraverso le sue parole e, subito dopo, attraverso le sue azioni.

ti dice che cosa ti costa,
ti dice che cosa ti piace

Questo soggetto sinistro ci rivolge la parola. Pur senza conoscerci, ci mostra qualcosa che vuole venderci, dichiarandone il prezzo e dicendosi sicuro del fatto che la apprezzeremo.

prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace

Senza lasciarci il tempo di rispondere e tantomeno di riflettere, compie un gesto “di pace” che nelle sue intenzioni dovrebbe appianare le nostre eventuali perplessità e diffidenze. Cercando di non dare nell’occhio, ci stringe la mano esattamente come si fa a Messa quando ci si scambia il “segno della pace”. Ecco che in questo modo, qualcosa passa dalla sua mano alla nostra.

Il tutto avviene sotto gli occhi complici di due poliziotti:

e intanto due poliziotti
fanno finta di non vedere.

E ora tutto diventa chiaro: davanti ad una scuola, uno spacciatore cerca di guadagnarsi qualche nuovo cliente regalando delle bustine di droga. I poliziotti che dovrebbero contrastare quest’azione in realtà non adempiono al loro dovere, forse per rassegnazione o semplicemente per il quieto vivere.

Se dovessimo giudicare gli attori coinvolti nell’episodio appena descritto, probabilmente li classificheremmo tutti quanti come colpevoli, chi più chi meno. Invece, De Gregori spiazza tutti affermando l’esatto contrario: attribuisce l’appellativo di vittima (agnello) allo spacciatore, proprio a colui che apparentemente ha dato inizio alla catena di eventi negativi e su cui quindi ricadono le maggiori responsabilità. Vuole dunque confondere e mescolare le vittime con i carnefici, per sottolineare il fatto che non sempre le cose sono come appaiono. Ogni situazione scaturisce da un insieme di fattori che l’hanno portata a verificarsi; ognuno ha le sue ragioni e spesso il comportamento della gente è dettato sì dal libero arbitrio, ma è comunque soggetto ad eventi esterni che ne vincolano il modo con cui si manifesta. Per questo, spesso, i carnefici sono in realtà – a loro volta – delle vittime.

Oh, aiutami a fare come si può

Il ritornello si distacca – dal punto di vista musicale – dalle strofe: mentre le strofe sono caratterizzate da una musica ritmica, martellante e ripetitiva (adatta a sottolineare un senso di disagio, decadenza, disperata rassegnazione), il ritornello è decisamente più tranquillo e caratterizzato da un’atmosfera mistica, riflessiva.

Per sottolineare il distacco, il ritornello comincia con un’esclamazione: “Oh”. Questa particella apparentemente insignificante è fondamentale nel contesto di questa canzone: ha la funzione di scuotere l’ascoltatore per ridestarlo dal sentimento di inquietudine e disperazione suscitato dagli scenari presentati nelle strofe precedenti al fine di riportarlo, invece, ad un livello di attenzione adeguato a recepire un messaggio diverso, di speranza. Oltretutto, questa esclamazione viene pronunciata esattamente nell’istante in cui cambia la musica, risultando ancora più efficace.

Il ritornello si apre con una preghiera: “aiutami a fare come si può”. Suona quasi come un’ammissione di colpevolezza: il riconoscimento della propria condizione di impotenza davanti agli eventi e il rimettersi nelle mani di qualcun altro (presumibilmente Dio) che possa guidarci. E’ come se venisse detto: “Ammetto di non essere in grado di discernere il bene dal male, di scegliere la via giusta; quindi mi metto nelle tue mani e, per favore, guidami tu, aiutami a costruire il mio futuro, a vivere il mio destino”.

prenditi tutto quello che ho

La preghiera continua con la confessione che si è pronti ad azzerare se stessi per poter affidarsi completamente a colui che diverrà la nostra guida: può svuotarci prendendosi tutto ciò che abbiamo, perché non ne avremo più bisogno dato che saremo in balia della sua volontà.

insegnami le cose che ancora non so, non so

Potremo così ripartire da capo. Avremo bisogno di imparare cose nuove, come ad esempio riconoscere il bene ed evitare il male, cosa che finora non siamo stati in grado di fare.

e dimmi quante maschere avrai
e quante maschere avrò.

Inoltre, vogliamo essere in grado di andare al di là delle apparenze per capire dove si cela la verità, smascherare ogni persona per coglierne la vera essenza. Per far ciò, è indispensabile anche smascherare noi stessi, per comprenderci fino in fondo e raggiungere così la purezza d’animo.

Questa parentesi mistica racchiusa nel ritornello termina qui, riprendendo la solita ritmica e i soliti scenari già vissuti nelle precedenti strofe. Difatti, la strofa successiva inizia con le stesse identiche parole già sentite.

Ecco l’agnello di Dio
vestito da soldato
con le gambe fracassate,
col naso insanguinato.
Si nasconde dentro la terra,

Stavolta, la vittima sacrificale è un soldato in guerra, che si ritrova con le gambe e il naso feriti sebbene abbia trovato un riparo temporaneo sottoterra.

Fin qui sembra che, al contrario delle figure descritte nelle strofe precedenti, il soldato sia davvero una vittima.

tra le mani ha la testa di un uomo,

Ma, come prima, scopriamo che la vittima è in realtà anche un carnefice: il soldato tiene in mano la testa di qualcun altro, probabilmente un nemico che ha appena ucciso.

ecco l’agnello di Dio
venuto a chiedere perdono.

Ecco dunque la persona che viene sacrificata in questo episodio: il soldato. Sembra però che esso sia cosciente della propria condizione: è un peccatore che si costituisce, chiede perdono per quello che ha fatto.

Si ferma ad annusare il vento
ma nel vento sente odore di piombo.

Nell’aria che il soldato sta respirando c’è ancora l’odore dei proiettili che l’hanno violata e che, probabilmente, stanno continuando a passare. Il soldato sembra dunque chiedere perdono anche per ciò che di male stanno facendo coloro che gli sono accanto. Sembra quasi che sia l’unico a rendersi conto di quello che stanno combinando, ed è l’unico che si dice pronto a sacrificarsi affinché vengano perdonati i peccati di tutti quanti.

Percosso e benedetto

Anche se all’inizio della strofa successiva non viene ripetuta la formula “Ecco l’agnello di Dio”, si capisce che è sottintesa. Qui, vengono evidenziate due opposte condizioni in cui si può trovare l’agnello: maltrattato (percosso) o osannato (benedetto). E’ come se, anche qui, si volessero evidenziare gli opposti, le contraddizioni, confondere le vittime e i carnefici, il bene e il male.

ai piedi di una montagna,
chiuso dentro una prigione,
braccato per la campagna,
nascosto dentro a un treno,
legato sopra un altare…

Questo repentino elenco di situazioni e luoghi vuol suggerire il fatto che la vittima si può trovare ovunque, è sufficiente guardarsi intorno.

ecco l’agnello di Dio
che nessuno lo può salvare,

In tutte le situazioni elencate, ma anche in tutte le altre che potrebbero essere tranquillamente aggiunte all’elenco, emerge una condizione di impotenza della vittima. Non è rassegnazione, ma un dato di fatto: per quanto ci si possa indignare o adoperare, l’agnello sarà sempre lì e noi saremo sempre impossibilitati ad evitare il suo sacrificio. Il male ci sarà sempre, nel mondo, perché, per quanto ci si sforzi, un mondo in cui esiste solamente il bene è una mera utopia.

perduto nel deserto
che nessuno lo può trovare.

E anche se l’abbiamo perduto, non lo troviamo o non lo vediamo, lui c’è; è inevitabile.

Ecco l’agnello di Dio
senza un posto dove andare.
Ecco l’agnello di Dio
senza niente da mangiare.
Ecco l’agnello di Dio
senza un posto dove stare.

Qui ci viene presentata l’inadeguatezza della vittima a stare in mezzo agli altri. Nessuno se ne cura (avrebbe bisogno di cibo), e lei non sa cosa fare, non sa dove andare. Sono tutti troppo impegnati nei propri affari, e non solo non si prendono cura di lei ma non se ne accorgono nemmeno.

La canzone si conclude ripetendo il ritornello, con qualche piccolo nuovo innesto che corrobora ulteriormente il suo significato già descritto in precedenza.

Oh, aiutami a stare dove si può
e prenditi tutto quello che ho
insegnami le cose che ancora non so, non so
e dimmi quante maschere avrai
regalami i trucchi che fai
insegnami ad andare dovunque sarai
sarò
e dimmi quante maschere avrò
se mi riconoscerai
dovunque sarò
sarai.

Concludendo, uno degli obiettivi della canzone è quello di mostrare che spesso le cose non sono come appaiono. Dove c’è degradazione, violenza, emarginazione, peccato, miseria, spesso si nasconde una verità più profonda, un’umanità fragile e inaspettata. Dunque, la canzone porta con sé l’augurio di riuscire a riconoscere questi sentimenti anche dove meno ce li si aspettano, abituandosi a guardare al di là delle maschere (che generalmente abbruttiscono una situazione).

Il video ufficiale della canzone è stato girato sul set di un film di Gabriele Salvatores e evoca efficacemente un’atmosfera di inquietudine e desolazione. A riguardo, lo stesso De Gregori afferma:

In questo scenario di archeologia industriale del Portello (un’area dismessa dall’Alfa Romeo), e in altre riprese come quella nel letto del fiume Tagliamento in secca, un set costituito da una nuda pietraia nella quale io mi aggiro, “L’agnello di Dio” viene proiettato in un futuro di desolazione, di solitudine, di alienazione, di pazzia.
Nel video fa una apparizione hitchockiana lo stesso Salvatores.

Purtroppo, attualmente, su YouTube non è presente il video ufficiale (credo per questioni di copyright). Eccone comunque un altro:

Ecco l’elenco delle altre canzoni analizzate in questo blog:

Citazioni, Libri, Musica, Riflessioni

Il potere terapeutico del tempo

Sono appunti che servono a me, ora, per tenermi occupato. Per ricordare. In questi giorni ho molto tempo per i ricordi e mi rendo conto di come ripensare al passato sia un’impresa insidiosa. La retorica dei ricordi da sfogliare come un album di fotografie per la vecchiaia è una gran balla. Si ricorda poco e male; si colmano i buchi neri degli anni mescolando rari frammenti autentici a molte invenzioni pescate nel repertorio di banalità acquisite in cui c’è di tutto: libri, film, e chissà quanta televisione, dagli sceneggiati ai Maurizio Costanzo Show mai visti. Ci raccontiamo la vita e la raccontiamo agli altri cercando di renderla plausibile, interessante. Le facciamo il lifting, come per le rughe.

“A cosa servono gli amori infelici”, Gilberto Severini

Quando ho letto questo breve passaggio del libro mi è subito tornata alla mente una frase straordinaria della canzone “Viaggi e miraggi” di Francesco De Gregori, che esprime efficacemente il fatto che il semplice trascorrere del tempo attenua i ricordi, li addolcisce, trasforma episodi spigolosi in dolci ed armoniosi ricordi:

Accompagnarti per certi angoli del presente,
che fortunatamente diventeranno curve nella memoria.

Citazioni, Intrattenimento, Libri, Musica, Personale, Riflessioni

Casualità (multimediale)

Ieri ho deciso di guardare un film importante, che non avevo mai visto: “Nuovo cinema Paradiso”, di Giuseppe Tornatore (versione integrale). Mi è piaciuto molto, soprattutto perché ho colto un collegamento con l’intervento che avevo scritto il giorno prima: la casualità (e causalità) degli eventi, che determinano il corso della nostra vita. Il verificarsi o meno di un singolo evento – anche quello apparentemente più insignificante – può cambiare radicalmente il destino delle persone: il fare o non fare qualcosa, o semplicemente il modo in cui lo si fa, sono determinanti per decretare il successo o l’insuccesso.

Come nel film “Sliding doors” di Peter Howitt, in cui il riuscire a prendere la metropolitana o il non riuscirci conduce a due vite diverse. O come nel film “Match Point” di Woody Allen, in cui la caduta di un oggetto al di qua o al di là di un ostacolo sancisce la vittoria o la sconfitta. Come nella canzone “Autogrill” di Francesco Guccini, dove l’esitare un secondo di troppo spazza via irrevocabilmente sogni ed illusioni. Oppure come nel libro “Chesil Beach” di Ian McEwan che, raccontando di alcuni attimi fatali, mostra come il corso di tutta una vita possa dipendere dal non fare qualcosa.

Intristisce la sensazione di non poter fare nulla per cambiare le cose. L’unica cosa che possiamo fare per alleviare la tristezza è accettare che gli avvenimenti possano accadere nel modo in cui avvengono.

Se penso in intimità alle occasioni perse, alla rassegnazione, al destino, mi viene in mente la canzone “Compagni di viaggio” di Francesco De Gregori, che racconta una storia amara simile a quella presente in “Nuovo cinema Paradiso”: i due protagonisti, nonostante sentano un profondo legame e nonostante l’abbiano fortemente voluto e cercato, per casualità o per destino, non sono riusciti a concretizzare questo legame.