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Dylan e De Gregori: “Chi è l’assassino?”. Nessuno. O tutti?

L’altra sera, mentre mi spostavo in auto per un lungo tragitto, ho riascoltato il “bootleg” del concerto di Bob Dylan del 1964 al Philharmonic Hall. Arrivato alla canzone “Who killed Davey Moore?“, il discorso introduttivo di Dylan mi ha colpito particolarmente e, forse per la pungente ironia o forse per chissà quale altra ignota connessione sinaptica, mi ha ricordato il discorso di De Gregori inciso nell’album “Catcher in the sky“, che riporto qui:

La prossima è una canzone costruita in modo abbastanza particolare. E’ fatta tutta con dei verbi messi al modo infinito e tutti questi verbi hanno anche l’ultima sillaba accentata, quindi sono parole tronche. […] Allora tutte queste parole, tutti questi verbi all’infinito sono anche tronchi: sono infiniti tronchi. Io volevo chiamare questa canzone, proprio per chiarezza, “Infiniti tronchi“. Poi però ho pensato che qualche critico musicale l’avrebbe scambiata per una canzone su una foresta sterminata. E allora, con un colpo di genio, l’ho chiamata “Sotto le stelle del Messico a trapanar“.

L’ironico discorso di Dylan invece è questo:

This a song about a boxer… It’s got nothing to do with boxing, it’s just a song about a boxer really.
And, uh, it’s not even having to do with a boxer, really. It’s got nothing to do with nothing.
But I fit all these words together… that’s all…
It’s taken directly from the newspapers. Nothing’s been changed… except for the words.

che tradotto significa:

Questa è una canzone su un pugile… Non ha niente a che fare con la boxe, è davvero semplicemente una canzone su un pugile.
E, uh, non ha nemmeno niente a che fare con un pugile, in effetti. Non ha niente a che fare con niente.
Ma ho unito tutte queste parole insieme… questo è tutto…
E’ presa direttamente dai giornali. Niente è stato cambiato… eccetto le parole.

L'ultimo combattimento di Davey Moore, contro Sugar Ramos (21 marzo 1963)
L’ultimo combattimento di Davey Moore, contro Sugar Ramos (21 marzo 1963). Al termine dell’incontro e dopo aver rilasciato alcune interviste, Davey Moore cadde in coma nel suo camerino. Non si risvegliò più. Morì il 25 marzo 1963.

Subito dopo questa introduzione, ho ascoltato con molta attenzione la canzone di Dylan, mentre nella mia mente si formulava il collegamento con De Gregori di cui vi ho già parlato.

La canzone di Dylan gira attorno al ritornello: “Chi ha ucciso Davey Moore? Perché e per quale motivo?“. Nelle strofe è come se Dylan andasse ad intervistare, uno per uno, tutti coloro che erano presenti all’incontro di boxe che ha poi provocato la morte del pugile. Ognuno di essi non fa altro che cercare in tutti i modi di discolparsi e convincerci che lui non abbia alcuna minima responsabilità sull’accaduto.

Alla fine, né l’arbitro, né la folla, né il manager, né gli scommettitori, né i giornalisti si dicono coinvolti. Tutti terminano dicendo: “Non sono stato io a farlo cadere; non potete di certo incolpare me!“. La canzone si conclude con l’affermazione dell’avversario: “E’ stato il destino; è stata la volontà di Dio“.

Luigi Tenco mentre canta
Luigi Tenco mentre canta “Ciao amore ciao” al Festival di Sanremo del 1967. Dopo l’eliminazione dalla competizione canora, tornò in albergo e si uccise sparandosi alla testa.

Inevitabile per me, a questo punto, collegare questa canzone con un’altra canzone di De Gregori intitolata “Festival“, che narra la fine di Luigi Tenco, un cantautore che nel 1967 si uccise durante il Festival di Sanremo a cui stava partecipando.

Anche questa canzone gira attorno alla domanda: chi l’ha ucciso? E, anche qui, De Gregori si sofferma su tutto ciò che accadde in quei giorni: le ipotesi e accuse infondate (“forse aveva bevuto troppo“, “un problema di donne“, “aveva dei debiti“), l’ipocrisia di molti (“Lo portarono via in duecento. Peccato fosse solo, quando se ne andò.“), la speculazione sul tragico evento (“presero le sue mani e le usarono per un applauso più forte“), le responsabilità di ognuno (“l’uomo della televisione“, “l’inviato della pagina musicale“, coloro che “si ritrovarono dietro il palco“), la voglia di superare in fretta l’accaduto per poter proseguire con lo spettacolo (“Nessuna lacrima vada sprecata; in fin dei conti cosa c’è di più bello della vita?“, “tutti dicevano ‘Io sono stato suo padre!’, purché lo spettacolo non finisca“, “altri ne hanno fatto un monumento per dimenticare un po’ più in fretta“).

La risposta alle domande “chi ha ucciso Davey Moore?” e “chi ha ucciso Luigi Tenco?” potrebbe essere banale: il primo è morto per le botte ricevute dal suo avversario, mentre il secondo si è sparato. Invece, Dylan e De Gregori ci spingono ad allargare il nostro punto di vista ed approfondire le concause. Dopo poco, ci rendiamo conto che questi tragici eventi sono solamente la conseguenza manifesta di tutto ciò che è avvenuto prima e che, se ne analizziamo il contesto, ci viene il sospetto di avere qualche macchia sulla coscienza.

Facciamo parte di una società molto più grande di noi dalla quale, talvolta, probabilmente per pigrizia, ci lasciamo spingere a partecipare ad eventi, movimenti o gruppi apparentemente giustificati ma che potrebbero nascondere conseguenze pericolose.

Come ha illustrato molto bene Hannah Arendt nel libro “La banalità del male“, la colpa più grande dei gerarchi nazisti è forse quella di aver eseguito gli ordini senza pensare, senza chiedersi se fosse giusto o meno. Tuttavia, senza arrivare ad eventi tragici come omicidi o genocidi, anche noi, nel quotidiano, spesso facciamo le cose senza pensare; anche le più banali, come andare a fare la spesa scegliendo il prodotto più economico, ignorando il fatto che probabilmente un prezzo così basso è il risultato dello sfruttamento di qualcuno o qualcosa (ad esempio, l’ambiente). Sarebbe bene, quindi, fermarsi più spesso a riflettere su ciò che facciamo e su quanto sia giusto farlo.

Anche se ora ve ne fregate, voi quella notte voi c’eravate.
Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.
(“Canzone del maggio“, Fabrizio De Andrè)


Per completezza, riporto di seguito il testo delle due canzoni (di quella di Dylan riporto solo la traduzione in italiano, essendo comunque molto facile reperire il testo originale).

WHO KILLED DAVEY MOORE?

Bob Dylan

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice l’arbitro
“Non puntate l’indice contro di me
Avrei potuto fermare l’incontro all’ottava
e forse lo avrei salvato dal suo destino
Ma la folla avrebbe protestato, ne sono sicuro,
per aver sprecato il proprio denaro.
E’ un peccato che sia morto
ma c’era pressione su di me, sapete.
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non noi” dice la folla arrabbiata
le cui grida hanno riempito lo stadio stracolmo.
“E’ un peccato che sia morto quella notte
ma a noi piace solo vedere un incontro di pugilato
Non intendevamo certo che egli morisse
volevamo solo vedere un pò di sudore
non c’è niente di sbagliato in questo
Non siamo stati noi a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare noi”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice il suo manager
sbuffando col suo grosso sigaro
“E’ dura da dire, è difficile da raccontare,
ma ho sempre creduto che stesse bene
E’ un peccato per sua moglie e per i suoi figli che egli sia morto
ma se stava male avrebbe dovuto dirlo lui
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice lo scommettitore
con il suo biglietto ancora in mano
“Non sono stato io quello che lo ha mandato a tappeto
Le mie mani non lo hanno nemmeno sfiorato
Non ho commesso nessun peccato
e ad ogni modo avevo pure scommesso sulla sua vittoria
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice il giornalista sportivo
mentre pesta sulla sua macchina da scrivere
e dice “La boxe non ha colpe
c’è più rischio in una partita di football
Il pugilato deve continuare
è una questione di tradizione americana
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

“Non io” dice l’uomo i cui pugni
lo fecero cadere in un bagno di sudore
Che è venuto qui dalle frontiere di Cuba
dove la boxe non è più legale
“L’ho colpito, certo, è vero
ma è quello per cui sono pagato
Non dite “uccidere” non dite “assassinare”
E’ stato il fato, è stato il volere di Dio”

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perché e per quale motivo?

(traduzione presa da http://www.maggiesfarm.it/ttt292.htm)

FESTIVAL

Francesco De Gregori

Nella la città dei fiori disse chi lo vide passare
che forse aveva bevuto troppo ma per lui era normale.
Qualcuno pensò fu un problema di donne,
un altro disse proprio come Marylin Monroe.
Lo portarono via in duecento,
peccato fosse solo quando se ne andò.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

E l’uomo della televisione disse:
“Nessuna lacrima vada sprecata, in fin dei conti cosa
c’è di più bello della vita, la primavera è quasi cominciata”.
Qualcuno ricordò che aveva dei debiti,
mormorò sottobanco che quello era il motivo.
Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo.
La notte che presero le sue mani
e le usarono per un applauso più forte.
Chi ha ucciso il piccolo principe che non credeva nella morte?

E lontano lontano si può dire di tutto,
non che il silenzio non sia stato osservato.
L’inviato della pagina musicale scrisse:
“Tutto è stato pagato”.
Si ritrovarono dietro il palco,
con gli occhi sudati e le mani in tasca,
tutti dicevano “Io sono stato suo padre!”,
purché lo spettacolo non finisca.
La notte che tutti andarono a cena
e canticchiarono “La vie en rose”.
Chi ha ucciso il figlio della portiera, che aveva fretta e che non si fermò?

E così fu la fine del gioco,
con gli amici venuti da lontano,
a deporre una rosa sulla cronaca nera,
a chiudere un occhio, a stringere una mano.
Alcuni lo ricordano ancora mentre accende una sigaretta,
altri ne hanno fatto un monumento
per dimenticare un po’ più in fretta.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

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Com’è profondo il mare

 

Sior capitano, aiutaci ad attraversare
questo mare contro mano
(“Natale di seconda mano”, Francesco De Gregori)

 

“Preferisco morire in mare piuttosto che per mano di un dittatore”.

“Nel mio paese non torno, piuttosto preferisco annegare”.

Il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero del mondo.

Strage a Lampedusa

 

E` inutile, non c’è più lavoro, non c’è più decoro.
Dio o chi per lui sta cercando di dividerci,
di farci del male, di farci annegare.
Com’è profondo il mare.
Com’è profondo il mare.
(“Com’è profondo il mare”, Lucio Dalla)

 

Qui […] non è questione di filantropia ma di diritto, e in tal senso ospitalità significa il diritto di ogni straniero a non essere trattato ostilmente quando arriva in un territorio altrui. […] Si tratta di un diritto di visita, appartenente a tutti gli uomini, che consiste nel dichiararsi pronti a socializzare in virtù del diritto al possesso comune della superficie della terra.
(“Per la pace perpetua”, Immanuel Kant, 1795)

 

Per quanto ci sforziamo, le persone che attraversano paesi, mari e frontiere non si fermeranno; la storia è dalla loro parte. Prima lo accettiamo e cominciamo a coglierne i vantaggi, meglio sarà.

Siamo ancora in tempo per vivere in un mondo in cui la fortuna di ciascuno di noi non sia in funzione della propria condizione di origine.

 

Quante orecchie deve avere un uomo
prima che riesca ad ascoltare la gente piangere?
Sì, e quante morti ci vorranno perché egli sappia
che troppe persone sono morte?
How many ears must one man have
before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
that too many people have died?

(Blowin’ in the wind”, Bob Dylan)

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Il funzionamento perverso della nostra società: The story of stuff

Anni fa vidi un filmato che cambiò la mia visione del mondo e confermò alcune miei idee sulla sostenibilità della nostra società. Qualche giorno fa, sono tornato su quel sito e ho riguardato quel filmato, che ora voglio divulgare il più possibile. Ho trovato una versione tradotta in italiano, che riporto di seguito (il sito ufficiale del progetto è www.storyofstuff.com).

Dal filmato emerge una visione inquietante della nostra società, che – anche senza la necessità di dover controllare minuziosamente dati statistici o analisi scientifiche – può essere facilmente confermata da qualsiasi persona, avendo molteplici riscontri nella vita quotidiana o nelle esperienze vissute.

La prima cosa che emerge dal filmato e di cui dobbiamo prendere atto è che stiamo esaurendo le risorse naturali, perché usiamo troppe cose. Negli ultimi tre decenni, abbiamo consumato un terzo delle risorse naturali del pianeta. Come hanno fatto i grossi stati a consumare così tanto? Semplice: hanno consumato le risorse che spettavano ad altri, ossia hanno sfruttato il Terzo Mondo fregandosene delle persone che vivono lì. Esse, infatti, non hanno niente e, in questa società, se non possiedi niente e non puoi comprare niente, non hai valore.

Bancomat – Marco Paolini (3:12)

Tutta la nostra società funziona grazie ai consumi, allo spreco e allo sfruttamento. L’andamento dell’economia indica la direzione da seguire, perciò la società è in balia di coloro che muovono maggiormente l’economia, ossia le aziende, il cui obiettivo annuale è quello di aumentare gli utili rispetto all’anno precedente. Se tutte quante le aziende devono diventare ogni anno più ricche (per soddisfare gli azionisti), com’è possibile che questo modello di società sia sostenibile?! Porsi come obiettivo un costante accumulo di ricchezza è perverso ed è palese che non possa funzionare, in quanto un aumento di ricchezza da una parte, implica necessariamente un aumento di povertà dall’altra. E’ ovvio quindi che la logica capitalista e consumista che ha guidato il mondo fino ai giorni nostri non può funzionare ancora a lungo. Ciò che sta succedendo in questi ultimi anni (bond argentini, Cirio, Parmalat, Lehman Brothers, il fallimento di alcuni paesi) e in questi ultimi giorni (crisi dei mercati azionari) lo testimonia.

Una società attenta principalmente al bene delle aziende è una società disposta a sacrificare le persone e il pianeta. Un passo fatto ultimamente in questa direzione in Italia è il contratto che è stato approvato in alcuni stabilimenti FIAT poco tempo fa, col quale i dipendenti sono stati costretti ad accettare condizioni lavorative peggiori, perché gli utili dell’azienda sono stati giudicati insufficienti. Questo contratto segna, secondo me, una svolta storica e indirizza il mondo verso scenari decisamente inquietanti per le persone: si insegue il modello lavorativo cinese (disumano), in cui la qualità della vita dei lavoratori è sacrificabile in favore della crescita economica, del profitto.

La stessa cosa avviene nel Terzo Mondo, dove le nazioni più forti consentono alle multinazionali di sfruttare persone e territori. E’ per questo che gli aiuti umanitari che vengono pubblicizzati in favore del Terzo Mondo sono solamente dei palliativi per nascondere il vero interesse, che è quello di mantenere il Terzo Mondo esattamente nelle condizioni in cui si trova per evitare che progresso e profitti vengano frenati.

Insomma, questo modello non è sostenibile, non funziona. Occorre riscoprire una dimensione più umana. Le persone e la qualità della vita devono tornare al centro degli interessi di tutto il mondo.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
(Robert Kennedy)

E cosa possiamo fare, noi, in concreto, per spezzare questa catena fallimentare e distruttiva? Si può incominciare dalle piccole cose; ad esempio, smettere di partecipare con dedizione alla “freccia d’oro” protagonista della seconda metà del filmato col quale ho aperto questo articolo.

Tutti noi abbiamo fatto esperienza della cosiddetta “obsolescenza pianificata“: a tanti sarà successo in passato di sentirsi costretti a comprare, ad esempio, un telefono cellulare nuovo perché la batteria non durava più a sufficienza, ma tali tipi di batterie non potevano più essere trovati facilmente nei negozi. Ai giorni nostri, però, questa condizione si verifica sempre meno, in quanto la anticipiamo inconsapevolmente dalla convinzione della cosiddetta “obsolescenza percepita“. Ogni anno ai telefoni cellulari aggiungono una nuova caratteristica assolutamente inutile ma che – con un po’ di pubblicità adeguata – è sufficiente a instaurare nella gente il desiderio di averla, perché altrimenti se preferisci possedere ancora una versione obsoleta potrai essere immediatamente identificabile dagli altri. Prima ci hanno provato con gli MMS, poi con la fotocamera, poi i MegaPixel della fotocamera, poi col touch-screen, ora con i sistemi operativi e le loro applicazioni (meglio se hanno un nome accattivante, come “Apps”). A questo riguardo, Apple sta diventando una regina incontrastata, grazie all’iPhone prima (la prima versione aveva addirittura meno funzioni di un altro cellulare!) o dell’iPad adesso (utile solamente in rarissimi casi). La società si adopera affinché percepiamo queste novità come indispensabili e noi nella maggior parte delle volte ci lasciamo convincere e corriamo a spendere sempre più soldi per avere un oggetto inutile che però ci consente di fare bella figura con gli altri affermando che siamo rimasti al passo con i tempi.

Per uscire da questa logica, bisogna sforzarsi per cercare di evitare di provare il desiderio di possedere le ultime novità; bisogna, in un qualche modo, “elevarsi” dalla bassezza di certe logiche di mercato. Capisco anche io che l’iPad è figo, ma provate a fermarvi un attimo a pensare: “A cosa cavolo mi serve? Cosa me ne faccio? Mi sarà utile davvero oppure passata la moda non lo userò più?”. Se prima di acquistare qualcosa mi pongo queste domande, spesso mi trovo a desistere per poi ringraziarmi per aver evitato di spendere soldi inutilmente e non aver alimentato la logica assurda che guida la nostra società.

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Tutti sulla stessa barca

Lampedusa è stata abbandonata dallo Stato Italiano, così come lo Stato Italiano è stato abbandonato dall’Unione Europea.

E’ inutile accusarsi a vicenda alla ricerca della pecora nera (persona, stato o organizzazione che sia) responsabile del problema, causa madre di tutta questa scomoda situazione. Il problema che sta alla radice è che gli esseri umani sono istintivamente egoisti. Lo sono per natura: l’istinto di sopravvivenza della specie ci spinge ad esserlo.

Ai giorni nostri, l’egoismo ci porta ad essere favorevoli a determinate questioni discutibili a patto che esse abbiano un impatto positivo sulla nostra vita e l’eventuale danno non abbia alcuna ricaduta su di noi. Non importa se saranno altri a doversi accollare la responsabilità di gestire le conseguenze negative.

Questo è vero, ad esempio, per la questione dei termovalorizzatori (più correttamente chiamati inceneritori). Vengono considerati un male necessario: servono a smaltire i rifiuti, ma a causa del loro impatto sull’ambiente e la salute, nessuno li vuole accanto alla propria casa.

E’ vero per le centrali nucleari. Producono un’enorme quantità di energia in breve tempo, ma sono costosissime (sia da realizzare, che da dismettere una volta cessata la loro vita produttiva) e producono scorie radioattive pericolosissime che nessuno sa come fare a smaltire. Le persone che ora si dicono favorevoli alle centrali nucleari o sono disinformate oppure pensano solamente al beneficio che ne potranno trarre direttamente, senza pensare che il costo dello smantellamento dell’impianto sarà a carico dei cittadini delle generazioni successive, o che gli scienziati in futuro si troveranno costretti a dover trovare una soluzione al problema delle scorie prodotte, o che, peggio ancora, potrebbe verificarsi una catastrofe (che però, a quel punto, diventerà un problema che va al di là dei confini statali).

E, infine, per tornare all’argomento introduttivo, è vero per la questione degli immigrati; in particolare, gli immigrati arabi che in questo periodo stanno arrivando numerosi in Italia e che si trovano bloccati a Lampedusa, così come a Ventimiglia. Tutti sono d’accordo sul fatto che sia giusto aiutarli (stanno scappando da guerre e da pessime condizioni di vita) ma nessuno li vuole nel proprio paese.

Addirittura, ora, qui in Italia, citando una legge voluta dalla Lega, alcuni li chiamano “clandestini”, dimenticandosi che essi non sono venuti in Italia dopo aver progettato un piano delinquenziale segreto, ma sono semplicemente scappati dal loro paese verso la meta più vicina avente le sembianze di una terra libera e democratica. (Oltretutto, la Lega addita questi “clandestini” come uno dei mali maggiori da combattere, accaparrandosi così i voti di migliaia di gente superficiale, per poi vantarsi del fatto che la Lega ha maggiore consenso al nord, proprio dove le fabbriche vanno avanti perché si avvalgono del lavoro degli immigrati e, senza di essi, probabilmente fallirebbero).

A quanto pare, gli immigrati sono considerati esseri umani solamente quando li si usa per farsi belli davanti agli altri (dichiarando, ad esempio, che bisogna accoglierli per garantire loro i diritti umanitari di cui necessitano), per poi diventare solamente dei volgari numeri quando ce li si trova davanti: “11.285 sbarchi”, “una nave per prelevare i primi 1000 tunisini”, “1.200 migranti nelle ultime 24 ore”, “18.000 clandestini sbarcati a Lampedusa”, “850 posti nel centro di accoglienza”, …

E’ gente come te e me, o sono numeri da scaricare?
(“Numeri da scaricare”, Francesco De Gregori)

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Sì a Divorzio e Aborto. Perché no all’Eutanasia?

In passato, la Chiesa si è opposta con forza quando in Italia si stava valutando la possibilità di emanare delle leggi in favore del divorzio e dell’aborto. Entrambi, infatti, sono atti condannati dalla Chiesa in quanto costituiscono peccato contro Dio. Dopo molti dibattiti e manifestazioni, il governo convertì la volontà popolare (confermata attraverso referendum) in legge.

Oggi, ricordiamo i periodi che precedettero quelle leggi con ammirazione, giudicando quei movimenti popolari come azioni coraggiose che ci hanno portato a delle vere e proprie conquiste: la conquista di diritti fondamentali. Attenzione, però: ciò che di fondamentale quelle leggi hanno riconosciuto è soprattutto la libertà di scelta. Dopo di esse, infatti, i cittadini sono diventati liberi di scegliere autonomamente il loro destino: non c’è più uno Stato che impone di continuare a vivere insieme ad una persona che non si ama più (o che, ancora peggio, sevizia); non c’è più uno Stato che impone il dovere di partorire ad ogni costo, anche se la madre rischia la vita o non potrà poi prendersi cura del nascituro. Ora il cittadino non è più costretto ad accettare il destino che qualcun altro gli ha imposto, ma diventa protagonista, artefice delle sue scelte e del suo destino. E si badi bene che nella quasi totalità dei casi, queste scelte sono sofferte e rappresentano solamente l’ultima tappa di un lungo e faticoso cammino caratterizzato da lotte, immenso dolore, delusione, sensazione di impotenza, rabbia, sconforto.

Ora la situazione si sta ripetendo per quanto riguarda l’eutanasia, e ancora una volta la Chiesa si oppone e cerca di convincere i suoi fedeli che, essendo peccato, bisogna impedire che lo Stato permetta ai cittadini di commetterlo (qui apro una piccolissima parentesi per sottolineare il fatto che un conto sono i comandamenti e i precetti religiosi, altra cosa sono le leggi e la Costituzione: sono sempre regole, che però appartengono a mondi diversi e distinti; bisogna quindi fare attenzione quando le si vuole mescolare altrimenti le conseguenze possono essere dannose).

Così come per il divorzio e l’aborto, anche per l’eutanasia e il cosiddetto testamento biologico il punto centrale della questione è la libera ed autonoma possibilità di scelta. In generale, tutte le decisioni che riguardano aspetti intimi e personali dovrebbero poter essere effettuate in libera autonomia e senza vincoli, senza che nessuno imponga su un altro la propria volontà. Ognuno deve disporre della propria vita come meglio crede.

L’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana (che secondo me è una delle più belle costituzioni) recita:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Secondo la nostra Costituzione dunque non si può imporre ad una persona di rimanere in vita forzatamente e a tutti i costi, se ciò implica ledere la sua dignità, violare il rispetto di quella stessa persona.

Ciò che molti cittadini chiedono è che venga riconosciuta dalla legge la possibilità di decidere.

Oggi diamo per scontato il diritto di poter scegliere di abortire o divorziare. Spero che un giorno potremo fare lo stesso per l’eutanasia.

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Giorno del ricordo

 

Oggi, 10 febbraio, si celebra il “Giorno del ricordo” delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia dopo il 1945.

Alla fine della seconda guerra mondiale, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara e altri centri minori del confine orientale furono il teatro di un dramma, mentre nel resto d’Italia si festeggiava l’avvenuta liberazione e la pace portata dagli Alleati.

Nel settembre 1943, con lo sbando dell’esercito mussoliniano e l’Armistizio tra Italia e Alleati, in Istria i partigiani del maresciallo Tito occupano città e paesi e avviano una feroce campagna di rappresaglie indiscriminate verso gli italiani, equiparati ai fascisti. Intere città si svuotarono: molti se ne andarono legalmente (con le “opzioni”), altri con gli espatri clandestini. Chi veniva ripreso finiva nei terribili lager titini.

Vennero uccise diverse migliaia di persone, molte delle quali gettate vive nelle foibe. Questi baratri venivano usati per l’occultamento di cadaveri con tre scopi: vendicarsi di nemici personali, magari per ottenere un immediato beneficio patrimoniale; dominare e terrorizzare la popolazione italiana delle zone contese; eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano alle politiche del maresciallo Tito.

Le foibe sono cavità carsiche, voragini rocciose, profonde fino a 200 metri, che i partigiani titini utilizzarono come mattatoi per eliminare migliaia di italiani e oppositori al nuovo regime. I “pozzi della morte” in tutta l’Istria e Venezia Giulia furono diverse centinaia.
Gli sventurati (si parla di 10-12.000 vittime) venivano condotti in fila, con i polsi legati da fil di ferro, a due a due, sull’orlo della voragine. Qui gli aguzzini sparavano al primo, che si trascinava dietro i compagni.