Attualità, Citazioni, Politica, Riflessioni

La rabbia giusta dell’Italia

The Lightning Tree
© Christopher K. Eaton / Terra Photographica

In questo momento buio per l’Italia, dove chi poteva e può iniziare a porre rimedio invece spende parole per cercare di dare la colpa della paralisi ad una non meglio precisata “crisi”, in questo momento in cui i valori vengono dispensati in base a calcoli di convenienza o allo share, in questo momento in cui la drammatica situazione spinge molti a provare disgusto, rabbia, repulsione, spingendoli a trovare qualcuno di diverso contro il quale accanirsi per sfogare l’ira… vi propongo una poesia indirizzata, solo in apparenza, ai bambini. Perché, a volte, nei momenti difficili in cui si perde il controllo, i bambini riescono a rinsavirci con la loro semplicità.

Tu dici che la rabbia che ha ragione
È rabbia giusta e si chiama indignazione
Guardi il telegiornale
Ti arrabbi contro tutta quella gente
Ma poi cambi canale e non fai niente

Io la mia rabbia giusta
Voglio tenerla in cuore
Io voglio coltivarla come un fiore

Vedere come cresce
Cosa ne esce
Cosa fiorisce quando arriva la stagione
Vedere se diventa indignazione

E se diventa, voglio tenerla tesa
Come un’offesa
Come una brace che resta accesa in fondo

E non cambia canale
Cambia il mondo.

(Rima della rabbia giusta, Bruno Tognolini)

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Attualità, Riflessioni

8 Marzo, una festa che sarebbe meglio non avere

Oggi è la festa della donna, perciò faccio gli auguri a tutte le donne che leggeranno questo articolo.

Tuttavia, vi devo confessare che non mi piacciono queste feste… per due motivi.

1) Col passare degli anni, questi tipi di feste vengono trasformate in appuntamenti meramente commerciali (come, ad esempio, San Valentino). In questa giornata, gli uomini si puliscono la coscienza attraverso il semplice acquisto di una mimosa.

2) Si può dedicare un giorno di festa solo a quelle cose che non avvengono tutti i giorni dell’anno (altrimenti la festa non avrebbe senso). Perciò, festeggiare la donna l’8 marzo, secondo me, equivale ad ammettere esplicitamente che invece, nella quotidianità, la donna non ha pari diritti, dignità e riconoscimenti degli uomini.

Ed effettivamente è così: nella nostra società, la donna subisce molte ingiustizie.

Lo riconosciamo subito e con estrema facilità se pensiamo alla condizione delle donne in altri paesi, come l’Africa o, ad esempio, come l’Afghanistan (dove una donna che subisce uno stupro è obbligata a sposare il suo stupratore).

Eppure, non ci rendiamo conto che anche dove viviamo noi, anche qui in Italia, la situazione delle donne non è poi così bella.

In Italia, i femminicidi (ossia gli omicidi in cui la vittima è stata uccisa in quanto donna) hanno superato gli omicidi perpetrati dalla mafia. Eppure, ultimamente, si parla tanto di lotta alla mafia (giustamente), però non si fa assolutamente nulla per contrastare la violenza sulle donne.

Pensate che più di una donna su tre ha subito violenze da parte del proprio marito… e oltre il 90% di loro non ha mai denunciato l’episodio!

Il fatto triste è che si affronta il problema al contrario: si organizzano corsi di auto-difesa per le donne (così, in futuro, sapranno come reagire contro un’eventuale violenza), mentre non si fa alcun tentativo per far cambiare la mentalità agli uomini.

E quello che serve è proprio un cambio di mentalità, perché il problema non è solo la violenza fisica sulle donne. Il problema è culturale, è nel modo di pensare della gente!

Nella pubblicità, ad esempio, se il prodotto è un detersivo o un alimento da cucinare è sempre la donna che compare. E questo riflette un bruttissimo modo di pensare molto comune, che vuole che sia la donna a dover preparare la cena mentre l’uomo si rilassa sul divano. Ma chi l’ha detto che cucinare, lavare, stirare, pulire, siano lavori “da donna”? Perché, un uomo non può fare questi lavori?! Io abito da solo e faccio tutte queste cose; e, il fatto importante è che continuerei a farle lo stesso, anche se abitassi con una donna! Perciò, che senso ha continuare a far credere che siano compiti riservati esclusivamente alle donne?!

In televisione (soprattutto quelle commerciali, come Mediaset), la donna è sempre rappresentata come un oggetto: viene sfruttato il suo corpo giusto il tempo di un intermezzo musicale e poi torna dietro le quinte. E noi, ormai, pian piano, ci siamo abituati all’idea che la donna sia solo relegata a ruoli marginali e superficiali.

Nel mondo del lavoro, le donne guadagnano mediamente il 20% in meno dello stipendio di un uomo: vuol dire che, per lo stesso identico lavoro, se un uomo guadagna 1000€, una donna ne prende 800! Inoltre, nei ruoli dirigenziali, di alto livello, le donne sono una percentuale bassissima… Eppure, dal punto di vista educativo, le donne dimostrano di ottenere risultati nettamente migliori degli uomini (a scuola, si laureano di più e con voti più alti).

Ci sarebbero moltissime altre ingiustizie contro le donne (anche più sottili e gravi) che sarebbe utile approfondire…

Per ora concludo qui, condividendo con voi un mio desiderio: vivere in un paese meno ipocrita, dove non ci sia più bisogno di un giorno particolare in cui festeggiare la donna.

Attualità, Personale, Riflessioni

La semplicità di una scelta e il bisogno di semplicità

Oggi mi è capitato di leggere un articolo che spiega come, in passato, la metafora dell’imbuto era usata per spiegare il comportamento delle persone al momento di acquistare un bene o un servizio: un passaggio dalla consapevolezza, all’interesse, al desiderio, fino ad arrivare all’acquisto, riducendo gradualmente il numero delle alternative col trascorrere del tempo.
Al giorno d’oggi, però, questo comportamento sta scomparendo sempre più; difatti in quell’articolo si afferma che:

  • il 30% degli acquirenti si comportano ancora così, valutando tutte le alternative, escludendone alcune man mano che approfondiscono l’analisi, restringendo così la cerchia dei candidati entro la quale cadrà la scelta finale;
  • il 60% delle persone si affidano al marchio che già conoscono (perché già usato con soddisfazione o perché è il più famoso e decidono di fidarsi).

Il motivo del comportamento della maggioranza è uno: semplificare il proprio processo decisionale.

In quest’era caratterizzata dal sovraccarico di informazioni, da una pubblicità sempre più invadente e manipolata, dalla frenesia della quotidianità, dalla irrefrenabile corsa forsennata per raggiungere il futuro a cavallo del progresso… ora più che mai, la gente ha bisogno di semplicità perché la vita è già abbastanza complicata!

Io appartengo a quella percentuale sfigata del 30% che, ad esempio, per decidere quale cellulare acquistare, confronta i vari modelli per capire il rapporto qualità/prezzo, se c’è installato Android 2.3 e se è aggiornabile ad ICS, se è abilitato alla NFC, se supporta il protocollo n del WiFi o solamente b/g, se supporta il Bluetooth 2.1 o 3.0, se include A-GPS o solo il GPS, quanta RAM e quanta ROM mette a disposizione dell’utente e se (e quanto) essa è espandibile, se è meglio un dual-core con velocità minore rispetto a un single-core di velocità superiore, di quanti mAh è la batteria, ecc…
Dopo circa due mesi che ho la testa piena di tutte queste informazioni, mi chiedo: non era meglio ricadere in quel 60% che decide subito di comprare un iPhone e buonanotte a tutti quanti?! Del resto, chi si è mai posto il problema della velocità del processore dell’iPhone o di quale versione di WiFi supporta?! Nessuno! Chissenefrega!

Dopo circa 30 anni della mia vita, ho iniziato a scegliere la semplicità e, ora più che mai, ne ho un estremo bisogno.
Sento il bisogno di spazzare via tutte le cose (inutili) che sembrano importanti perché molti le giudicano così, ma che in realtà hanno la sembianza del fumo negli occhi. Ho bisogno di semplicità e purezza.

(Nonostante ciò, però, non ho ancora scelto il mio cellulare e non ho intenzione di comprare un iPhone)

Politica, Riflessioni, Storia

Il funzionamento perverso della nostra società: The story of stuff

Anni fa vidi un filmato che cambiò la mia visione del mondo e confermò alcune miei idee sulla sostenibilità della nostra società. Qualche giorno fa, sono tornato su quel sito e ho riguardato quel filmato, che ora voglio divulgare il più possibile. Ho trovato una versione tradotta in italiano, che riporto di seguito (il sito ufficiale del progetto è www.storyofstuff.com).

Dal filmato emerge una visione inquietante della nostra società, che – anche senza la necessità di dover controllare minuziosamente dati statistici o analisi scientifiche – può essere facilmente confermata da qualsiasi persona, avendo molteplici riscontri nella vita quotidiana o nelle esperienze vissute.

La prima cosa che emerge dal filmato e di cui dobbiamo prendere atto è che stiamo esaurendo le risorse naturali, perché usiamo troppe cose. Negli ultimi tre decenni, abbiamo consumato un terzo delle risorse naturali del pianeta. Come hanno fatto i grossi stati a consumare così tanto? Semplice: hanno consumato le risorse che spettavano ad altri, ossia hanno sfruttato il Terzo Mondo fregandosene delle persone che vivono lì. Esse, infatti, non hanno niente e, in questa società, se non possiedi niente e non puoi comprare niente, non hai valore.

Bancomat – Marco Paolini (3:12)

Tutta la nostra società funziona grazie ai consumi, allo spreco e allo sfruttamento. L’andamento dell’economia indica la direzione da seguire, perciò la società è in balia di coloro che muovono maggiormente l’economia, ossia le aziende, il cui obiettivo annuale è quello di aumentare gli utili rispetto all’anno precedente. Se tutte quante le aziende devono diventare ogni anno più ricche (per soddisfare gli azionisti), com’è possibile che questo modello di società sia sostenibile?! Porsi come obiettivo un costante accumulo di ricchezza è perverso ed è palese che non possa funzionare, in quanto un aumento di ricchezza da una parte, implica necessariamente un aumento di povertà dall’altra. E’ ovvio quindi che la logica capitalista e consumista che ha guidato il mondo fino ai giorni nostri non può funzionare ancora a lungo. Ciò che sta succedendo in questi ultimi anni (bond argentini, Cirio, Parmalat, Lehman Brothers, il fallimento di alcuni paesi) e in questi ultimi giorni (crisi dei mercati azionari) lo testimonia.

Una società attenta principalmente al bene delle aziende è una società disposta a sacrificare le persone e il pianeta. Un passo fatto ultimamente in questa direzione in Italia è il contratto che è stato approvato in alcuni stabilimenti FIAT poco tempo fa, col quale i dipendenti sono stati costretti ad accettare condizioni lavorative peggiori, perché gli utili dell’azienda sono stati giudicati insufficienti. Questo contratto segna, secondo me, una svolta storica e indirizza il mondo verso scenari decisamente inquietanti per le persone: si insegue il modello lavorativo cinese (disumano), in cui la qualità della vita dei lavoratori è sacrificabile in favore della crescita economica, del profitto.

La stessa cosa avviene nel Terzo Mondo, dove le nazioni più forti consentono alle multinazionali di sfruttare persone e territori. E’ per questo che gli aiuti umanitari che vengono pubblicizzati in favore del Terzo Mondo sono solamente dei palliativi per nascondere il vero interesse, che è quello di mantenere il Terzo Mondo esattamente nelle condizioni in cui si trova per evitare che progresso e profitti vengano frenati.

Insomma, questo modello non è sostenibile, non funziona. Occorre riscoprire una dimensione più umana. Le persone e la qualità della vita devono tornare al centro degli interessi di tutto il mondo.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
(Robert Kennedy)

E cosa possiamo fare, noi, in concreto, per spezzare questa catena fallimentare e distruttiva? Si può incominciare dalle piccole cose; ad esempio, smettere di partecipare con dedizione alla “freccia d’oro” protagonista della seconda metà del filmato col quale ho aperto questo articolo.

Tutti noi abbiamo fatto esperienza della cosiddetta “obsolescenza pianificata“: a tanti sarà successo in passato di sentirsi costretti a comprare, ad esempio, un telefono cellulare nuovo perché la batteria non durava più a sufficienza, ma tali tipi di batterie non potevano più essere trovati facilmente nei negozi. Ai giorni nostri, però, questa condizione si verifica sempre meno, in quanto la anticipiamo inconsapevolmente dalla convinzione della cosiddetta “obsolescenza percepita“. Ogni anno ai telefoni cellulari aggiungono una nuova caratteristica assolutamente inutile ma che – con un po’ di pubblicità adeguata – è sufficiente a instaurare nella gente il desiderio di averla, perché altrimenti se preferisci possedere ancora una versione obsoleta potrai essere immediatamente identificabile dagli altri. Prima ci hanno provato con gli MMS, poi con la fotocamera, poi i MegaPixel della fotocamera, poi col touch-screen, ora con i sistemi operativi e le loro applicazioni (meglio se hanno un nome accattivante, come “Apps”). A questo riguardo, Apple sta diventando una regina incontrastata, grazie all’iPhone prima (la prima versione aveva addirittura meno funzioni di un altro cellulare!) o dell’iPad adesso (utile solamente in rarissimi casi). La società si adopera affinché percepiamo queste novità come indispensabili e noi nella maggior parte delle volte ci lasciamo convincere e corriamo a spendere sempre più soldi per avere un oggetto inutile che però ci consente di fare bella figura con gli altri affermando che siamo rimasti al passo con i tempi.

Per uscire da questa logica, bisogna sforzarsi per cercare di evitare di provare il desiderio di possedere le ultime novità; bisogna, in un qualche modo, “elevarsi” dalla bassezza di certe logiche di mercato. Capisco anche io che l’iPad è figo, ma provate a fermarvi un attimo a pensare: “A cosa cavolo mi serve? Cosa me ne faccio? Mi sarà utile davvero oppure passata la moda non lo userò più?”. Se prima di acquistare qualcosa mi pongo queste domande, spesso mi trovo a desistere per poi ringraziarmi per aver evitato di spendere soldi inutilmente e non aver alimentato la logica assurda che guida la nostra società.