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Casualità (multimediale)

Ieri ho deciso di guardare un film importante, che non avevo mai visto: “Nuovo cinema Paradiso”, di Giuseppe Tornatore (versione integrale). Mi è piaciuto molto, soprattutto perché ho colto un collegamento con l’intervento che avevo scritto il giorno prima: la casualità (e causalità) degli eventi, che determinano il corso della nostra vita. Il verificarsi o meno di un singolo evento – anche quello apparentemente più insignificante – può cambiare radicalmente il destino delle persone: il fare o non fare qualcosa, o semplicemente il modo in cui lo si fa, sono determinanti per decretare il successo o l’insuccesso.

Come nel film “Sliding doors” di Peter Howitt, in cui il riuscire a prendere la metropolitana o il non riuscirci conduce a due vite diverse. O come nel film “Match Point” di Woody Allen, in cui la caduta di un oggetto al di qua o al di là di un ostacolo sancisce la vittoria o la sconfitta. Come nella canzone “Autogrill” di Francesco Guccini, dove l’esitare un secondo di troppo spazza via irrevocabilmente sogni ed illusioni. Oppure come nel libro “Chesil Beach” di Ian McEwan che, raccontando di alcuni attimi fatali, mostra come il corso di tutta una vita possa dipendere dal non fare qualcosa.

Intristisce la sensazione di non poter fare nulla per cambiare le cose. L’unica cosa che possiamo fare per alleviare la tristezza è accettare che gli avvenimenti possano accadere nel modo in cui avvengono.

Se penso in intimità alle occasioni perse, alla rassegnazione, al destino, mi viene in mente la canzone “Compagni di viaggio” di Francesco De Gregori, che racconta una storia amara simile a quella presente in “Nuovo cinema Paradiso”: i due protagonisti, nonostante sentano un profondo legame e nonostante l’abbiano fortemente voluto e cercato, per casualità o per destino, non sono riusciti a concretizzare questo legame.

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Citazioni, Libri

Imparare dai bambini

Una volta lui e Julie avevano portato Kate in Cornovaglia. Si era trattato di una breve vacanza, in occasione del primo concerto pubblico del quartetto d’archi. La spiaggia si raggiungeva percorrendo a piedi due miglia di sentiero. Verso il tardo pomeriggio si erano messi a costruire un castello di sabbia vicino alla battigia. Kate era emozionata. Aveva quell’età in cui tutto deve essere esattamente in un certo modo. Le mura dovevano essere squadrate, ci volevano le finestre, bisognava sistemare delle conchiglie a intervalli regolari tutto intorno e l’area interna doveva essere ricoperta di morbide alghe secche. Stephen e Julie avevano deciso di giocare con la piccola finché non fosse arrivato il momento di andarsene. Avevano fatto il bagno e consumato la colazione al sacco. Ben presto però, e senza che si rendessero conto di ciò che stava accadendo, si erano lasciati coinvolgere, prendere dall’urgenza della bambina e il tempo era diventato per loro nient’altro che la minaccia dell’avvicinarsi della marea. Il trio lavorava in chiassosa armonia, dividendo l’uso del secchiello e due palette, scambiandosi ordini perentori, dichiarando il proprio favore o la disapprovazione per l’altrui scelta delle conchiglie o la forma delle finestre, e correndo – mai camminando – avanti e indietro per la spiaggia in cerca di materiale nuovo.
Quando tutto fu a posto ed ebbero fatto svariati giri di ricognizione intorno al capolavoro, si strinsero dentro le mura e sedettero in attesa della marea. Kate era convinta che il loro castello fosse stato costruito così tanto bene da poter resistere al mare. Stephen e Julie l’assecondarono, facendo beffe dell’acqua quando prese a lambire appena i contorni e scacciandola a fischi quando iniziò a risucchiare i primi pezzi del muro. Mentre aspettavano la rovina finale, Kate, che si era infilata tra loro due, li supplicò di rimanere dentro al castello. Voleva che ne facessero la loro casa. Basta con Londra, sarebbero rimasti per sempre a vivere sulla spiaggia e a giocare a questo gioco. Ed era stato più o meno a quel punto che gli adulti avevano rotto l’incantesimo e si erano messi a guardare l’orologio e a parlare di cena e di molti altri impegni. Fecero notare a Kate che tutti e tre dovevano passare da casa a prendere il pigiama e lo spazzolino da denti. Questa le parve un’idea carina e sensata e si lasciò persuadere a riprendere il sentiero e tornare all’automobile. Per giorni, poi, finché la faccenda non fu del tutto dimenticata, continuò a chiedere quando sarebbero andati a vivere nel loro castello di sabbia. Lei aveva detto sul serio. Stephen pensò che se fosse riuscito a far tutto con l’intensità e l’abbandono con cui quella volta aveva aiutato Kate a costruire il castello, sarebbe stato un uomo felice e straordinariamente potente.

“Bambini nel tempo”, Ian McEwan