Attualità, Riflessioni

8 Marzo, una festa che sarebbe meglio non avere

Oggi è la festa della donna, perciò faccio gli auguri a tutte le donne che leggeranno questo articolo.

Tuttavia, vi devo confessare che non mi piacciono queste feste… per due motivi.

1) Col passare degli anni, questi tipi di feste vengono trasformate in appuntamenti meramente commerciali (come, ad esempio, San Valentino). In questa giornata, gli uomini si puliscono la coscienza attraverso il semplice acquisto di una mimosa.

2) Si può dedicare un giorno di festa solo a quelle cose che non avvengono tutti i giorni dell’anno (altrimenti la festa non avrebbe senso). Perciò, festeggiare la donna l’8 marzo, secondo me, equivale ad ammettere esplicitamente che invece, nella quotidianità, la donna non ha pari diritti, dignità e riconoscimenti degli uomini.

Ed effettivamente è così: nella nostra società, la donna subisce molte ingiustizie.

Lo riconosciamo subito e con estrema facilità se pensiamo alla condizione delle donne in altri paesi, come l’Africa o, ad esempio, come l’Afghanistan (dove una donna che subisce uno stupro è obbligata a sposare il suo stupratore).

Eppure, non ci rendiamo conto che anche dove viviamo noi, anche qui in Italia, la situazione delle donne non è poi così bella.

In Italia, i femminicidi (ossia gli omicidi in cui la vittima è stata uccisa in quanto donna) hanno superato gli omicidi perpetrati dalla mafia. Eppure, ultimamente, si parla tanto di lotta alla mafia (giustamente), però non si fa assolutamente nulla per contrastare la violenza sulle donne.

Pensate che più di una donna su tre ha subito violenze da parte del proprio marito… e oltre il 90% di loro non ha mai denunciato l’episodio!

Il fatto triste è che si affronta il problema al contrario: si organizzano corsi di auto-difesa per le donne (così, in futuro, sapranno come reagire contro un’eventuale violenza), mentre non si fa alcun tentativo per far cambiare la mentalità agli uomini.

E quello che serve è proprio un cambio di mentalità, perché il problema non è solo la violenza fisica sulle donne. Il problema è culturale, è nel modo di pensare della gente!

Nella pubblicità, ad esempio, se il prodotto è un detersivo o un alimento da cucinare è sempre la donna che compare. E questo riflette un bruttissimo modo di pensare molto comune, che vuole che sia la donna a dover preparare la cena mentre l’uomo si rilassa sul divano. Ma chi l’ha detto che cucinare, lavare, stirare, pulire, siano lavori “da donna”? Perché, un uomo non può fare questi lavori?! Io abito da solo e faccio tutte queste cose; e, il fatto importante è che continuerei a farle lo stesso, anche se abitassi con una donna! Perciò, che senso ha continuare a far credere che siano compiti riservati esclusivamente alle donne?!

In televisione (soprattutto quelle commerciali, come Mediaset), la donna è sempre rappresentata come un oggetto: viene sfruttato il suo corpo giusto il tempo di un intermezzo musicale e poi torna dietro le quinte. E noi, ormai, pian piano, ci siamo abituati all’idea che la donna sia solo relegata a ruoli marginali e superficiali.

Nel mondo del lavoro, le donne guadagnano mediamente il 20% in meno dello stipendio di un uomo: vuol dire che, per lo stesso identico lavoro, se un uomo guadagna 1000€, una donna ne prende 800! Inoltre, nei ruoli dirigenziali, di alto livello, le donne sono una percentuale bassissima… Eppure, dal punto di vista educativo, le donne dimostrano di ottenere risultati nettamente migliori degli uomini (a scuola, si laureano di più e con voti più alti).

Ci sarebbero moltissime altre ingiustizie contro le donne (anche più sottili e gravi) che sarebbe utile approfondire…

Per ora concludo qui, condividendo con voi un mio desiderio: vivere in un paese meno ipocrita, dove non ci sia più bisogno di un giorno particolare in cui festeggiare la donna.

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Citazioni, Musica

Spiegazione del testo de “L’agnello di Dio” di Francesco De Gregori

Nel 1996, dopo 4 anni dall’ultima pubblicazione di inediti, uscì un nuovo album di Francesco De Gregori, intitolato “Prendere e lasciare”. Fu un album abbastanza sfortunato, non tanto per il successo (che comunque fu buono) ma soprattutto perché fu vittima di svariate critiche ed eventi collaterali.

Innanzitutto quest’album segnava un punto di svolta nella musica di De Gregori in quanto, facendo largo uso di strumenti elettrici, si distaccava dagli album precedenti dirigendosi verso sonorità sempre più rock (appositamente per avvicinarsi a questo tipo di suono, fu deciso di incidere l’album negli Stati Uniti). Pochi suoi fan accettarono con facilità questa svolta e, per questo, l’album subì qualche critica (mi ricorda vagamente ciò che accadde a Bob Dylan tanti anni prima, nel 1965, quando a Newport il pubblicò inferocito reagì addirittura con degli insulti quando vennero usate chitarre elettriche per accompagnare canzoni che, invece, furono incise anni prima con delle semplici chitarre non amplificate).

Un altro evento che danneggiò l’album fu la presenza di una canzone intitolata “Prendi questa mano, zingara”. Molti anni prima (nel 1969), Iva Zanicchi e Bobby Solo vinsero il Festival di Sanremo con la canzone “Zingara”, che iniziava proprio con le parole “Prendi questa mano, zingara”. Evidentemente, a De Gregori era piaciuta l’idea della canzone della Zanicchi e decise di riprenderne il soggetto e continuare a farlo vivere in un’altra canzone, dandole una sfumatura diversa: non una cover, ma una canzone malinconica, scura e inquietante, esplicitamente ispirata a quella della Zanicchi. Ad Iva Zanicchi piacque molto la canzone di De Gregori e si disse pure molto lusingata; gli autori della canzone della Zanicchi invece reagirono male e fecero causa a De Gregori per plagio. Nonostante l’intenzione di De Gregori fosse quella di prendere ispirazione da quella canzone e sviluppare l’argomento in maniera diversa, tra l’altro ammettendo pubblicamente la provenienza di quell’idea citando esattamente il primo verso di quella canzone nella sua (“Prendi questa mano, zingara, dimmi pure che futuro avrò”), nel 2002 fu condannato per plagio, costretto a ristampare l’album senza quella canzone, con il divieto assoluto di suonarla in qualsiasi concerto futuro. Insomma, una sentenza – secondo me ingiusta – che voleva cancellare per sempre una canzone a mio avviso stupenda. Fortunatamente, nel 2007, la sentenza fu ribaltata dalla Corte d’appello e De Gregori fu assolto: la sentenza affermò che quella porzione di testo è da considerarsi una citazione e non un plagio.

Infine, un altro aspetto che mise in cattiva luce l’album, fu la presenza di un’ulteriore canzone intitolata “L’agnello di Dio”, che oltretutto fu scelta per la promozione del disco. Alla sua pubblicazione, seguì un articolo dell’Osservatore Romano (il giornale del Vaticano) che mosse svariate critiche nei confronti di alcuni cantautori italiani – tra i quali Venditti, De André, Dalla, Battiato, Ligabue e De Gregori – per l’utilizzo di Dio nei loro testi nonostante gli autori fossero dichiaratamente atei, accusandoli di assecondare solamente strategie di mercato (“nuova moda religiosa pilotata dai padroni del disco”). I Paolini, invece, diedero un giudizio positivo per la canzone di De Gregori, attribuendogli il merito di esprimere “una ricca seppure dolorosa carica di umanità”.

De Gregori ribatté alle critiche osservando che «Gesù patì non in compagnia di sant’uomini, ma di due ladroni che portò con sé in Paradiso. Al posto dei ladroni in questa canzone ci sono puttane, spacciatori, il soldato che decapita il nemico… Non è certamente una canzone pacificatoria. Ma dov’è lo scandalo?».

Le critiche del Vaticano furono risolte in un duro ma sincero faccia-a-faccia tra De Gregori e il cardinale Ersilio Tonini (concluso con un abbraccio tra i due) avvenuto il 21 ottobre 1996 in una trasmissione TV condotta da Red Ronnie, chiamata Roxy Bar (in onda su TMC), e annunciato dai giornali come una sorta di resa dei conti tra la musica dei giovani e la Chiesa.

“Può un ateo usare il nome di Dio senza passare per blasfemo?”, ha chiesto De Gregori a Tonini, mentre il cardinale tentava di spiegare al cantautore che “la voce poetica” e “le mani che scrivono canzoni” sono un dono. Un punto di vista non compreso da chi “non ha fede”, ha osservato De Gregori. E mentre Ronnie e l’autore di Rimmel lo incalzavano, Tonini ha specificato: “Posso ringraziare Dio di avere fatto uno come te”, frase alla quale ha fatto seguito l’abbraccio.

Quasi due anni dopo, ricordando quell’incontro, De Gregori dedicò “L’agnello di Dio” al cardinal Tonini durante un concerto: “Mi disse che l’ aveva trovata carina e a lui voglio dedicarla. Non credo sia presente in teatro ma se lo incontrate, fateglielo sapere”.

Ma veniamo al testo della canzone, partendo dal suo titolo.

Agnello di Dio” è un’espressione evangelica che si riferisce a Gesù Cristo nel suo ruolo di vittima sacrificale per la redenzione dei peccati dell’umanità: è “colui che toglie i peccati del mondo” grazie al suo sacrificio. Durante la Messa, infatti, i Cristiani offrono le sofferenze ed il sacrificio di Gesù (che è appunto l’Agnello di Dio da sacrificare) a Dio Padre, in espiazione dei peccati del mondo.

Dunque, come suggerisce il titolo, questa canzone tratta di un grande sacrificio che appare inevitabile e necessario.

“Ecco l’agnello di Dio
chi toglie peccati del mondo”,

L’incipit della canzone è la stessa formula che si ripete più volte durante la Messa, quasi a sottolineare il fatto che ciò che verrà raccontato nella canzone appartiene ad un vecchio rito che si ripete costantemente e inevitabilmente, sempre uguale a se stesso. In questa frase, però, c’è qualcosa di strano, una inquietante storpiatura: “chi toglie peccati del mondo” anziché “che toglie i peccati del mondo”. Il motivo è presto spiegato…

disse la ragazza slava
venuta allo sprofondo.

… quella prima frase è in realtà pronunciata da una ragazza straniera (che quindi non conosce ancora bene la lingua), immigrata verso un posto orribile, in cui ci si finisce solo perché ci si è sprofondati dentro involontariamente. Ma perché la ragazza slava pronuncia quelle parole? Anche qui, è sufficiente aspettare la frase successiva:

Disse la ragazza africana sul Raccordo Anulare:
“Ecco l’agnello di Dio che viene a pascolare
e scende dall’automobile per contrattare”.

Accanto alla slava, c’è un’altra ragazza sempre straniera, ma stavolta proveniente da un paese diverso, l’Africa. Si trova a lato dell’autostrada che circonda Roma, il Grande Raccordo Anulare. Un’auto ha appena accostato, ed è sceso un uomo che si dirige verso di lei, con l’intento di contrattare il prezzo della prestazione sessuale che va cercando (“viene a pascolare”). La ragazza sostiene che quell’uomo è una vittima tanto quanto lei: sono entrambi vittime di questo mondo perverso, entrambi agnelli di Dio che vengono sacrificati pubblicamente.

Ecco l’agnello di Dio
all’uscita dalla scuola

La scena successiva si apre con un collegamento alla precedente: il soggetto è il medesimo, l’agnello di Dio. Anche nei pressi di una scuola, dunque, si sta per consumare un sacrificio, con delle vittime.

ha gli occhi come due monete,
il sorriso come una tagliola

Ci vengono pure dati alcuni dettagli sull’aspetto fisico dell’agnello che si trova davanti a quella scuola, quasi per rassicurarci, per farci prendere confidenza con lui a tal punto da poterci fidare. Prestando maggiore attenzione, però, si capisce che in realtà non sono semplici tratti somatici, perché ci dicono qualcosa anche del suo carattere.

Gli occhi sono tondi, spalancati, inanimati, che non lasciano trasparire sentimenti, assomigliando a due fredde monete. Questa similitudine suggerisce anche che quegli occhi potrebbero essere avidi di denaro, iniziando a farci sospettare che il loro padrone nasconda qualcosa di sinistro.

Perfino il sorriso stampato sulle sue labbra è talmente rigido che assomiglia ad una tagliola. E anche questa similitudine non è casuale in quanto serve a creare una atmosfera inquietante: il suo sorriso è in realtà una trappola, in cui animali innocenti possono rimanere incastrati se non prestano la necessaria attenzione, se non le stanno alla larga.

Dopo questi brevi tratti fisici, continua la descrizione del soggetto attraverso le sue parole e, subito dopo, attraverso le sue azioni.

ti dice che cosa ti costa,
ti dice che cosa ti piace

Questo soggetto sinistro ci rivolge la parola. Pur senza conoscerci, ci mostra qualcosa che vuole venderci, dichiarandone il prezzo e dicendosi sicuro del fatto che la apprezzeremo.

prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace

Senza lasciarci il tempo di rispondere e tantomeno di riflettere, compie un gesto “di pace” che nelle sue intenzioni dovrebbe appianare le nostre eventuali perplessità e diffidenze. Cercando di non dare nell’occhio, ci stringe la mano esattamente come si fa a Messa quando ci si scambia il “segno della pace”. Ecco che in questo modo, qualcosa passa dalla sua mano alla nostra.

Il tutto avviene sotto gli occhi complici di due poliziotti:

e intanto due poliziotti
fanno finta di non vedere.

E ora tutto diventa chiaro: davanti ad una scuola, uno spacciatore cerca di guadagnarsi qualche nuovo cliente regalando delle bustine di droga. I poliziotti che dovrebbero contrastare quest’azione in realtà non adempiono al loro dovere, forse per rassegnazione o semplicemente per il quieto vivere.

Se dovessimo giudicare gli attori coinvolti nell’episodio appena descritto, probabilmente li classificheremmo tutti quanti come colpevoli, chi più chi meno. Invece, De Gregori spiazza tutti affermando l’esatto contrario: attribuisce l’appellativo di vittima (agnello) allo spacciatore, proprio a colui che apparentemente ha dato inizio alla catena di eventi negativi e su cui quindi ricadono le maggiori responsabilità. Vuole dunque confondere e mescolare le vittime con i carnefici, per sottolineare il fatto che non sempre le cose sono come appaiono. Ogni situazione scaturisce da un insieme di fattori che l’hanno portata a verificarsi; ognuno ha le sue ragioni e spesso il comportamento della gente è dettato sì dal libero arbitrio, ma è comunque soggetto ad eventi esterni che ne vincolano il modo con cui si manifesta. Per questo, spesso, i carnefici sono in realtà – a loro volta – delle vittime.

Oh, aiutami a fare come si può

Il ritornello si distacca – dal punto di vista musicale – dalle strofe: mentre le strofe sono caratterizzate da una musica ritmica, martellante e ripetitiva (adatta a sottolineare un senso di disagio, decadenza, disperata rassegnazione), il ritornello è decisamente più tranquillo e caratterizzato da un’atmosfera mistica, riflessiva.

Per sottolineare il distacco, il ritornello comincia con un’esclamazione: “Oh”. Questa particella apparentemente insignificante è fondamentale nel contesto di questa canzone: ha la funzione di scuotere l’ascoltatore per ridestarlo dal sentimento di inquietudine e disperazione suscitato dagli scenari presentati nelle strofe precedenti al fine di riportarlo, invece, ad un livello di attenzione adeguato a recepire un messaggio diverso, di speranza. Oltretutto, questa esclamazione viene pronunciata esattamente nell’istante in cui cambia la musica, risultando ancora più efficace.

Il ritornello si apre con una preghiera: “aiutami a fare come si può”. Suona quasi come un’ammissione di colpevolezza: il riconoscimento della propria condizione di impotenza davanti agli eventi e il rimettersi nelle mani di qualcun altro (presumibilmente Dio) che possa guidarci. E’ come se venisse detto: “Ammetto di non essere in grado di discernere il bene dal male, di scegliere la via giusta; quindi mi metto nelle tue mani e, per favore, guidami tu, aiutami a costruire il mio futuro, a vivere il mio destino”.

prenditi tutto quello che ho

La preghiera continua con la confessione che si è pronti ad azzerare se stessi per poter affidarsi completamente a colui che diverrà la nostra guida: può svuotarci prendendosi tutto ciò che abbiamo, perché non ne avremo più bisogno dato che saremo in balia della sua volontà.

insegnami le cose che ancora non so, non so

Potremo così ripartire da capo. Avremo bisogno di imparare cose nuove, come ad esempio riconoscere il bene ed evitare il male, cosa che finora non siamo stati in grado di fare.

e dimmi quante maschere avrai
e quante maschere avrò.

Inoltre, vogliamo essere in grado di andare al di là delle apparenze per capire dove si cela la verità, smascherare ogni persona per coglierne la vera essenza. Per far ciò, è indispensabile anche smascherare noi stessi, per comprenderci fino in fondo e raggiungere così la purezza d’animo.

Questa parentesi mistica racchiusa nel ritornello termina qui, riprendendo la solita ritmica e i soliti scenari già vissuti nelle precedenti strofe. Difatti, la strofa successiva inizia con le stesse identiche parole già sentite.

Ecco l’agnello di Dio
vestito da soldato
con le gambe fracassate,
col naso insanguinato.
Si nasconde dentro la terra,

Stavolta, la vittima sacrificale è un soldato in guerra, che si ritrova con le gambe e il naso feriti sebbene abbia trovato un riparo temporaneo sottoterra.

Fin qui sembra che, al contrario delle figure descritte nelle strofe precedenti, il soldato sia davvero una vittima.

tra le mani ha la testa di un uomo,

Ma, come prima, scopriamo che la vittima è in realtà anche un carnefice: il soldato tiene in mano la testa di qualcun altro, probabilmente un nemico che ha appena ucciso.

ecco l’agnello di Dio
venuto a chiedere perdono.

Ecco dunque la persona che viene sacrificata in questo episodio: il soldato. Sembra però che esso sia cosciente della propria condizione: è un peccatore che si costituisce, chiede perdono per quello che ha fatto.

Si ferma ad annusare il vento
ma nel vento sente odore di piombo.

Nell’aria che il soldato sta respirando c’è ancora l’odore dei proiettili che l’hanno violata e che, probabilmente, stanno continuando a passare. Il soldato sembra dunque chiedere perdono anche per ciò che di male stanno facendo coloro che gli sono accanto. Sembra quasi che sia l’unico a rendersi conto di quello che stanno combinando, ed è l’unico che si dice pronto a sacrificarsi affinché vengano perdonati i peccati di tutti quanti.

Percosso e benedetto

Anche se all’inizio della strofa successiva non viene ripetuta la formula “Ecco l’agnello di Dio”, si capisce che è sottintesa. Qui, vengono evidenziate due opposte condizioni in cui si può trovare l’agnello: maltrattato (percosso) o osannato (benedetto). E’ come se, anche qui, si volessero evidenziare gli opposti, le contraddizioni, confondere le vittime e i carnefici, il bene e il male.

ai piedi di una montagna,
chiuso dentro una prigione,
braccato per la campagna,
nascosto dentro a un treno,
legato sopra un altare…

Questo repentino elenco di situazioni e luoghi vuol suggerire il fatto che la vittima si può trovare ovunque, è sufficiente guardarsi intorno.

ecco l’agnello di Dio
che nessuno lo può salvare,

In tutte le situazioni elencate, ma anche in tutte le altre che potrebbero essere tranquillamente aggiunte all’elenco, emerge una condizione di impotenza della vittima. Non è rassegnazione, ma un dato di fatto: per quanto ci si possa indignare o adoperare, l’agnello sarà sempre lì e noi saremo sempre impossibilitati ad evitare il suo sacrificio. Il male ci sarà sempre, nel mondo, perché, per quanto ci si sforzi, un mondo in cui esiste solamente il bene è una mera utopia.

perduto nel deserto
che nessuno lo può trovare.

E anche se l’abbiamo perduto, non lo troviamo o non lo vediamo, lui c’è; è inevitabile.

Ecco l’agnello di Dio
senza un posto dove andare.
Ecco l’agnello di Dio
senza niente da mangiare.
Ecco l’agnello di Dio
senza un posto dove stare.

Qui ci viene presentata l’inadeguatezza della vittima a stare in mezzo agli altri. Nessuno se ne cura (avrebbe bisogno di cibo), e lei non sa cosa fare, non sa dove andare. Sono tutti troppo impegnati nei propri affari, e non solo non si prendono cura di lei ma non se ne accorgono nemmeno.

La canzone si conclude ripetendo il ritornello, con qualche piccolo nuovo innesto che corrobora ulteriormente il suo significato già descritto in precedenza.

Oh, aiutami a stare dove si può
e prenditi tutto quello che ho
insegnami le cose che ancora non so, non so
e dimmi quante maschere avrai
regalami i trucchi che fai
insegnami ad andare dovunque sarai
sarò
e dimmi quante maschere avrò
se mi riconoscerai
dovunque sarò
sarai.

Concludendo, uno degli obiettivi della canzone è quello di mostrare che spesso le cose non sono come appaiono. Dove c’è degradazione, violenza, emarginazione, peccato, miseria, spesso si nasconde una verità più profonda, un’umanità fragile e inaspettata. Dunque, la canzone porta con sé l’augurio di riuscire a riconoscere questi sentimenti anche dove meno ce li si aspettano, abituandosi a guardare al di là delle maschere (che generalmente abbruttiscono una situazione).

Il video ufficiale della canzone è stato girato sul set di un film di Gabriele Salvatores e evoca efficacemente un’atmosfera di inquietudine e desolazione. A riguardo, lo stesso De Gregori afferma:

In questo scenario di archeologia industriale del Portello (un’area dismessa dall’Alfa Romeo), e in altre riprese come quella nel letto del fiume Tagliamento in secca, un set costituito da una nuda pietraia nella quale io mi aggiro, “L’agnello di Dio” viene proiettato in un futuro di desolazione, di solitudine, di alienazione, di pazzia.
Nel video fa una apparizione hitchockiana lo stesso Salvatores.

Purtroppo, attualmente, su YouTube non è presente il video ufficiale (credo per questioni di copyright). Eccone comunque un altro:

Ecco l’elenco delle altre canzoni analizzate in questo blog:

Attualità

Imbecilli!

Ieri sera subito dopo il derby tra Catania e Palermo nel corso di violentissimi scontri fra ultras è stato ucciso un ispettore di polizia. Secondo alcune testimonianze è stato ferito mortalmente dopo avere arrestato un ultras. A nulla sono serviti i tentativi di rianimare l’ispettore, giunto ancora vivo all’ospedale. Anche un suo collega è tuttora in gravi condizioni.
I disordini erano iniziati prima della partita, poi sul campo sono stati lanciati fumogeni. Fuori dallo stadio, sono proseguiti gli atti di violenza. Circa cento persone, tra le quali molti poliziotti, sono rimaste ferite.
È stato così deciso di sospendere tutti i campionati di calcio e sono stati annullati anche tutti gli impegni della Nazionale, non solo per una settimana ma finché non vengano individuate le misure necessarie per evitare che episodi come questi si ripetano.

No. Il calcio non è questo. Il calcio è solo uno sport e per questo va vissuto come un hobby, una allegra e spensierata distrazione ai problemi della vita quotidiana. Finché non capiremo questo, faremo del male a noi stessi, privandoci di un bellissimo sport.

Tutte le persone che si trovavano lì, in mezzo alla strada, davanti ai poliziotti, devono sentirsi colpevoli di aver ucciso una persona. Tutti, nessuno escluso. Anche quelli che erano lì solo a guardare.
Rendetevi conto dell’enorme cazzata che avete fatto. Spero che viviate per sempre con il rimorso di aver ucciso una persona che non voleva essere lì in quel momento, ma lo faceva solo per guadagnare i soldi necessari a mantenere una moglie e due figli di 9 e 15 anni. Spero che vi assalga la vergogna. Spero che ogni istante della vostra vita proviate rammarico e angoscia per aver privato qualcun altro della possibilità di vivere quel momento.

Attualità

Oltre ogni limite

Nell’Inghilterra degli anni Trenta, una bambina di nome Jennifer, si ritrova in un maniero vittoriano nel bel mezzo della campagna, in balia di un branco di perfide ragazzine che si trasformeranno nelle sue aguzzine. Le vengono perpetrate violenze psico-sessuali e fisiche e alla fine viene perfino sepolta viva.
Questo è quanto accade nel videogioco Rule of rose, a dir poco sconvolgente, inquietante e scandaloso, che tra pochi giorni sarà commercializzato anche in Italia. Il videogioco è costruito sulla perversione e la violenza; le immagini del videogame sono pervase da sottintesi omosessuali resi più inquietanti dalla giovane età delle protagoniste.
La grafica del gioco è talmente realistica che alcune scene risultano realmente indigeste. Il videogioco gioca con la psicologia umana, costringendo il giocatore a vivere in prima persona sequenze a cui mai avrebbe voluto assistere (e che nemmeno avrebbe immaginato), in cui si consumano atti espliciti e perversi. Scene in cui due fanciulline si tengono per mano e si dicono dolcemente «Principessa, ti ho salvata. In cambio, un bacio…», per arrivare ad una scena saffica leggermente camuffata da inquadrature che lasciano mal immaginare; non mancano nemmeno veri e propri atti di perversione fisica, che raggiungono il culmine dell’orrore proprio perché le protagoniste di tali scene sono tutte bambine.
In questo videogioco sono più di uno i personaggi adulti piegati alla malignità vendicativa delle bambine: il fattore, “servo”, che insegue e aggredisce Jennifer per volere delle ragazze, il terrificante insegnante che si ritrova legato da resistenti funi con un cervello ormai privo di cellule e neuroni, la povera cameriera che muore dopo una scena atroce per mano di tanti piccoli esseri demoniaci.
Anche la protagonista Jennifer è oggetto di veri e propri atti ignobili: calpestata in viso da piedi sporchi, costretta al contatto ravvicinato con ratti di campagna, costretta ad uccidere a forchettate un mostriciattolo che le si è appeso al seno, inzuppata fracida, obbligata a dover metter un dito in bocca ad una delle fanciulle. E perfino sepolta viva in una bara: il giocatore assiste alla scena, con inquadrature dal fondo della bara che lasciano intravedere le curve adolescenziali della protagonista, la cui gonna fatica a stare al suo posto.
Questo gioco è osceno, scandaloso, depravato, perverso.
Anche a causa della grafica verosimile, se utilizzato da ragazzini o comunque da gente instabile, può avere terribili ripercussioni nella realtà. Il marchio “Vietato ai minori di 16 anni” non assicura che ciò non accada: i ragazzi si scambiano continuamente i videogiochi, oltretutto molti genitori regalano i videogiochi ai propri figli senza curarsi del contenuto. Anche se esistesse un organo di controllo o di censura, non cambierebbe molto: basti pensare che sebbene inizialmente questo gioco era stato vietato in Europa, qualcuno lo aveva già acquistato dal Giappone o dagli Stati Uniti.
Ormai c’è poco da fare. L’unica cosa possibile era quella di non realizzare questo gioco, ma il vile denaro prevale sempre più spesso sul buon senso. Ormai ci si è abituati ad oltrepassare il limite della decenza, dell’etica… e ormai tutto è tollerato.
Oggi, quando si mette al mondo un figlio, bisogna incrociare le dita e sperare che non venga influenzato da tutta la violenza che gli inculchiamo insistentemente e con ogni mezzo.