Personale, Politica, Riflessioni

Dall’altra parte

Steve McCurry-Mother and child at car window, Bombay, India, 1993
Mother and child at car window“, Bombay, India (1996) – Steve McCurry

Piove. Una giovane donna e sua figlia stanno in piedi sotto la pioggia, dalla quale non tentano nemmeno di ripararsi, perché – in fondo – l’acqua sulla testa non provoca dolore. Quando attorno a te c’è miseria, fame e malattie, la pioggia non ti fa paura. Ci sono altre questioni molto più importanti a cui prestare attenzione, come, ad esempio, un taxi che passa accanto a te che forse trasporta un turista, qualcuno che possa allungarti qualche soldo che ti consenta di campare qualche giorno o che ti possa garantire anche solo un pasto in più.

Appena comincia a piovere, l’uomo seduto nel taxi afferra la manovella e comincia a girarla affannosamente per tirare su il finestrino. Finalmente è al sicuro. Che bella sensazione sentire il ticchettio delle gocce sul tettuccio dell’auto mentre, al riparo, comodamente seduto sui sedili in pelle, guarda il finestrino cominciare ad appannarsi!

Comincia a fare caldo e umido. L’uomo abbassa leggermente il finestrino, in modo da far entrare un po’ d’aria. La ragazza si avvicina, appoggia una mano sul finestrino e guarda l’uomo. Non dice niente, osserva e basta; è chiaro ciò che le servirebbe, ma non pretende nulla. È cresciuta con la consapevolezza che nulla sia dovuto: tutto ciò che il mondo le darà sarà da prendere come un dono.

Da una parte il ricco Occidente; dall’altra i paesi poveri. In mezzo, a separare i due mondi, un vetro impenetrabile che lascia scorgere solo qualche sagoma sfocata: ai poveri non è consentito guardare tutti i contorni del benessere, e i ricchi non vogliono sentirsi a disagio guardando dritta in faccia la povertà di cui sono responsabili. Solo un sottilissimo spiraglio mette in contatto i due mondi, così sottile quanto gli aiuti che l’occidente dà ai paesi sottosviluppati, piccoli tentativi sporadici o isolati che appaiono insignificanti davanti all’enorme portata delle conseguenze delle azioni malevole perpetrate dagli stessi occidentali e dalle loro aziende per aumentare il proprio benessere.

puoi vestirti di seta, vestirti di cotone
ti può piacere il whisky o il succo di limone
può piacerti il pane, può piacerti il caviale
puoi dormire in un grande albergo o in una casa circondariale

ma devi sempre servire qualcuno
sempre servire qualcuno
e forse sarà il diavolo, forse sarà Dio
ma devi sempre servire qualcuno

(“Servire qualcuno – Gotta Serve Somebody”, Francesco De Gregori – Bob Dylan)

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Citazioni, Musica

Spiegazione del testo de “L’agnello di Dio” di Francesco De Gregori

Nel 1996, dopo 4 anni dall’ultima pubblicazione di inediti, uscì un nuovo album di Francesco De Gregori, intitolato “Prendere e lasciare”. Fu un album abbastanza sfortunato, non tanto per il successo (che comunque fu buono) ma soprattutto perché fu vittima di svariate critiche ed eventi collaterali.

Innanzitutto quest’album segnava un punto di svolta nella musica di De Gregori in quanto, facendo largo uso di strumenti elettrici, si distaccava dagli album precedenti dirigendosi verso sonorità sempre più rock (appositamente per avvicinarsi a questo tipo di suono, fu deciso di incidere l’album negli Stati Uniti). Pochi suoi fan accettarono con facilità questa svolta e, per questo, l’album subì qualche critica (mi ricorda vagamente ciò che accadde a Bob Dylan tanti anni prima, nel 1965, quando a Newport il pubblicò inferocito reagì addirittura con degli insulti quando vennero usate chitarre elettriche per accompagnare canzoni che, invece, furono incise anni prima con delle semplici chitarre non amplificate).

Un altro evento che danneggiò l’album fu la presenza di una canzone intitolata “Prendi questa mano, zingara”. Molti anni prima (nel 1969), Iva Zanicchi e Bobby Solo vinsero il Festival di Sanremo con la canzone “Zingara”, che iniziava proprio con le parole “Prendi questa mano, zingara”. Evidentemente, a De Gregori era piaciuta l’idea della canzone della Zanicchi e decise di riprenderne il soggetto e continuare a farlo vivere in un’altra canzone, dandole una sfumatura diversa: non una cover, ma una canzone malinconica, scura e inquietante, esplicitamente ispirata a quella della Zanicchi. Ad Iva Zanicchi piacque molto la canzone di De Gregori e si disse pure molto lusingata; gli autori della canzone della Zanicchi invece reagirono male e fecero causa a De Gregori per plagio. Nonostante l’intenzione di De Gregori fosse quella di prendere ispirazione da quella canzone e sviluppare l’argomento in maniera diversa, tra l’altro ammettendo pubblicamente la provenienza di quell’idea citando esattamente il primo verso di quella canzone nella sua (“Prendi questa mano, zingara, dimmi pure che futuro avrò”), nel 2002 fu condannato per plagio, costretto a ristampare l’album senza quella canzone, con il divieto assoluto di suonarla in qualsiasi concerto futuro. Insomma, una sentenza – secondo me ingiusta – che voleva cancellare per sempre una canzone a mio avviso stupenda. Fortunatamente, nel 2007, la sentenza fu ribaltata dalla Corte d’appello e De Gregori fu assolto: la sentenza affermò che quella porzione di testo è da considerarsi una citazione e non un plagio.

Infine, un altro aspetto che mise in cattiva luce l’album, fu la presenza di un’ulteriore canzone intitolata “L’agnello di Dio”, che oltretutto fu scelta per la promozione del disco. Alla sua pubblicazione, seguì un articolo dell’Osservatore Romano (il giornale del Vaticano) che mosse svariate critiche nei confronti di alcuni cantautori italiani – tra i quali Venditti, De André, Dalla, Battiato, Ligabue e De Gregori – per l’utilizzo di Dio nei loro testi nonostante gli autori fossero dichiaratamente atei, accusandoli di assecondare solamente strategie di mercato (“nuova moda religiosa pilotata dai padroni del disco”). I Paolini, invece, diedero un giudizio positivo per la canzone di De Gregori, attribuendogli il merito di esprimere “una ricca seppure dolorosa carica di umanità”.

De Gregori ribatté alle critiche osservando che «Gesù patì non in compagnia di sant’uomini, ma di due ladroni che portò con sé in Paradiso. Al posto dei ladroni in questa canzone ci sono puttane, spacciatori, il soldato che decapita il nemico… Non è certamente una canzone pacificatoria. Ma dov’è lo scandalo?».

Le critiche del Vaticano furono risolte in un duro ma sincero faccia-a-faccia tra De Gregori e il cardinale Ersilio Tonini (concluso con un abbraccio tra i due) avvenuto il 21 ottobre 1996 in una trasmissione TV condotta da Red Ronnie, chiamata Roxy Bar (in onda su TMC), e annunciato dai giornali come una sorta di resa dei conti tra la musica dei giovani e la Chiesa.

“Può un ateo usare il nome di Dio senza passare per blasfemo?”, ha chiesto De Gregori a Tonini, mentre il cardinale tentava di spiegare al cantautore che “la voce poetica” e “le mani che scrivono canzoni” sono un dono. Un punto di vista non compreso da chi “non ha fede”, ha osservato De Gregori. E mentre Ronnie e l’autore di Rimmel lo incalzavano, Tonini ha specificato: “Posso ringraziare Dio di avere fatto uno come te”, frase alla quale ha fatto seguito l’abbraccio.

Quasi due anni dopo, ricordando quell’incontro, De Gregori dedicò “L’agnello di Dio” al cardinal Tonini durante un concerto: “Mi disse che l’ aveva trovata carina e a lui voglio dedicarla. Non credo sia presente in teatro ma se lo incontrate, fateglielo sapere”.

Ma veniamo al testo della canzone, partendo dal suo titolo.

Agnello di Dio” è un’espressione evangelica che si riferisce a Gesù Cristo nel suo ruolo di vittima sacrificale per la redenzione dei peccati dell’umanità: è “colui che toglie i peccati del mondo” grazie al suo sacrificio. Durante la Messa, infatti, i Cristiani offrono le sofferenze ed il sacrificio di Gesù (che è appunto l’Agnello di Dio da sacrificare) a Dio Padre, in espiazione dei peccati del mondo.

Dunque, come suggerisce il titolo, questa canzone tratta di un grande sacrificio che appare inevitabile e necessario.

“Ecco l’agnello di Dio
chi toglie peccati del mondo”,

L’incipit della canzone è la stessa formula che si ripete più volte durante la Messa, quasi a sottolineare il fatto che ciò che verrà raccontato nella canzone appartiene ad un vecchio rito che si ripete costantemente e inevitabilmente, sempre uguale a se stesso. In questa frase, però, c’è qualcosa di strano, una inquietante storpiatura: “chi toglie peccati del mondo” anziché “che toglie i peccati del mondo”. Il motivo è presto spiegato…

disse la ragazza slava
venuta allo sprofondo.

… quella prima frase è in realtà pronunciata da una ragazza straniera (che quindi non conosce ancora bene la lingua), immigrata verso un posto orribile, in cui ci si finisce solo perché ci si è sprofondati dentro involontariamente. Ma perché la ragazza slava pronuncia quelle parole? Anche qui, è sufficiente aspettare la frase successiva:

Disse la ragazza africana sul Raccordo Anulare:
“Ecco l’agnello di Dio che viene a pascolare
e scende dall’automobile per contrattare”.

Accanto alla slava, c’è un’altra ragazza sempre straniera, ma stavolta proveniente da un paese diverso, l’Africa. Si trova a lato dell’autostrada che circonda Roma, il Grande Raccordo Anulare. Un’auto ha appena accostato, ed è sceso un uomo che si dirige verso di lei, con l’intento di contrattare il prezzo della prestazione sessuale che va cercando (“viene a pascolare”). La ragazza sostiene che quell’uomo è una vittima tanto quanto lei: sono entrambi vittime di questo mondo perverso, entrambi agnelli di Dio che vengono sacrificati pubblicamente.

Ecco l’agnello di Dio
all’uscita dalla scuola

La scena successiva si apre con un collegamento alla precedente: il soggetto è il medesimo, l’agnello di Dio. Anche nei pressi di una scuola, dunque, si sta per consumare un sacrificio, con delle vittime.

ha gli occhi come due monete,
il sorriso come una tagliola

Ci vengono pure dati alcuni dettagli sull’aspetto fisico dell’agnello che si trova davanti a quella scuola, quasi per rassicurarci, per farci prendere confidenza con lui a tal punto da poterci fidare. Prestando maggiore attenzione, però, si capisce che in realtà non sono semplici tratti somatici, perché ci dicono qualcosa anche del suo carattere.

Gli occhi sono tondi, spalancati, inanimati, che non lasciano trasparire sentimenti, assomigliando a due fredde monete. Questa similitudine suggerisce anche che quegli occhi potrebbero essere avidi di denaro, iniziando a farci sospettare che il loro padrone nasconda qualcosa di sinistro.

Perfino il sorriso stampato sulle sue labbra è talmente rigido che assomiglia ad una tagliola. E anche questa similitudine non è casuale in quanto serve a creare una atmosfera inquietante: il suo sorriso è in realtà una trappola, in cui animali innocenti possono rimanere incastrati se non prestano la necessaria attenzione, se non le stanno alla larga.

Dopo questi brevi tratti fisici, continua la descrizione del soggetto attraverso le sue parole e, subito dopo, attraverso le sue azioni.

ti dice che cosa ti costa,
ti dice che cosa ti piace

Questo soggetto sinistro ci rivolge la parola. Pur senza conoscerci, ci mostra qualcosa che vuole venderci, dichiarandone il prezzo e dicendosi sicuro del fatto che la apprezzeremo.

prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace

Senza lasciarci il tempo di rispondere e tantomeno di riflettere, compie un gesto “di pace” che nelle sue intenzioni dovrebbe appianare le nostre eventuali perplessità e diffidenze. Cercando di non dare nell’occhio, ci stringe la mano esattamente come si fa a Messa quando ci si scambia il “segno della pace”. Ecco che in questo modo, qualcosa passa dalla sua mano alla nostra.

Il tutto avviene sotto gli occhi complici di due poliziotti:

e intanto due poliziotti
fanno finta di non vedere.

E ora tutto diventa chiaro: davanti ad una scuola, uno spacciatore cerca di guadagnarsi qualche nuovo cliente regalando delle bustine di droga. I poliziotti che dovrebbero contrastare quest’azione in realtà non adempiono al loro dovere, forse per rassegnazione o semplicemente per il quieto vivere.

Se dovessimo giudicare gli attori coinvolti nell’episodio appena descritto, probabilmente li classificheremmo tutti quanti come colpevoli, chi più chi meno. Invece, De Gregori spiazza tutti affermando l’esatto contrario: attribuisce l’appellativo di vittima (agnello) allo spacciatore, proprio a colui che apparentemente ha dato inizio alla catena di eventi negativi e su cui quindi ricadono le maggiori responsabilità. Vuole dunque confondere e mescolare le vittime con i carnefici, per sottolineare il fatto che non sempre le cose sono come appaiono. Ogni situazione scaturisce da un insieme di fattori che l’hanno portata a verificarsi; ognuno ha le sue ragioni e spesso il comportamento della gente è dettato sì dal libero arbitrio, ma è comunque soggetto ad eventi esterni che ne vincolano il modo con cui si manifesta. Per questo, spesso, i carnefici sono in realtà – a loro volta – delle vittime.

Oh, aiutami a fare come si può

Il ritornello si distacca – dal punto di vista musicale – dalle strofe: mentre le strofe sono caratterizzate da una musica ritmica, martellante e ripetitiva (adatta a sottolineare un senso di disagio, decadenza, disperata rassegnazione), il ritornello è decisamente più tranquillo e caratterizzato da un’atmosfera mistica, riflessiva.

Per sottolineare il distacco, il ritornello comincia con un’esclamazione: “Oh”. Questa particella apparentemente insignificante è fondamentale nel contesto di questa canzone: ha la funzione di scuotere l’ascoltatore per ridestarlo dal sentimento di inquietudine e disperazione suscitato dagli scenari presentati nelle strofe precedenti al fine di riportarlo, invece, ad un livello di attenzione adeguato a recepire un messaggio diverso, di speranza. Oltretutto, questa esclamazione viene pronunciata esattamente nell’istante in cui cambia la musica, risultando ancora più efficace.

Il ritornello si apre con una preghiera: “aiutami a fare come si può”. Suona quasi come un’ammissione di colpevolezza: il riconoscimento della propria condizione di impotenza davanti agli eventi e il rimettersi nelle mani di qualcun altro (presumibilmente Dio) che possa guidarci. E’ come se venisse detto: “Ammetto di non essere in grado di discernere il bene dal male, di scegliere la via giusta; quindi mi metto nelle tue mani e, per favore, guidami tu, aiutami a costruire il mio futuro, a vivere il mio destino”.

prenditi tutto quello che ho

La preghiera continua con la confessione che si è pronti ad azzerare se stessi per poter affidarsi completamente a colui che diverrà la nostra guida: può svuotarci prendendosi tutto ciò che abbiamo, perché non ne avremo più bisogno dato che saremo in balia della sua volontà.

insegnami le cose che ancora non so, non so

Potremo così ripartire da capo. Avremo bisogno di imparare cose nuove, come ad esempio riconoscere il bene ed evitare il male, cosa che finora non siamo stati in grado di fare.

e dimmi quante maschere avrai
e quante maschere avrò.

Inoltre, vogliamo essere in grado di andare al di là delle apparenze per capire dove si cela la verità, smascherare ogni persona per coglierne la vera essenza. Per far ciò, è indispensabile anche smascherare noi stessi, per comprenderci fino in fondo e raggiungere così la purezza d’animo.

Questa parentesi mistica racchiusa nel ritornello termina qui, riprendendo la solita ritmica e i soliti scenari già vissuti nelle precedenti strofe. Difatti, la strofa successiva inizia con le stesse identiche parole già sentite.

Ecco l’agnello di Dio
vestito da soldato
con le gambe fracassate,
col naso insanguinato.
Si nasconde dentro la terra,

Stavolta, la vittima sacrificale è un soldato in guerra, che si ritrova con le gambe e il naso feriti sebbene abbia trovato un riparo temporaneo sottoterra.

Fin qui sembra che, al contrario delle figure descritte nelle strofe precedenti, il soldato sia davvero una vittima.

tra le mani ha la testa di un uomo,

Ma, come prima, scopriamo che la vittima è in realtà anche un carnefice: il soldato tiene in mano la testa di qualcun altro, probabilmente un nemico che ha appena ucciso.

ecco l’agnello di Dio
venuto a chiedere perdono.

Ecco dunque la persona che viene sacrificata in questo episodio: il soldato. Sembra però che esso sia cosciente della propria condizione: è un peccatore che si costituisce, chiede perdono per quello che ha fatto.

Si ferma ad annusare il vento
ma nel vento sente odore di piombo.

Nell’aria che il soldato sta respirando c’è ancora l’odore dei proiettili che l’hanno violata e che, probabilmente, stanno continuando a passare. Il soldato sembra dunque chiedere perdono anche per ciò che di male stanno facendo coloro che gli sono accanto. Sembra quasi che sia l’unico a rendersi conto di quello che stanno combinando, ed è l’unico che si dice pronto a sacrificarsi affinché vengano perdonati i peccati di tutti quanti.

Percosso e benedetto

Anche se all’inizio della strofa successiva non viene ripetuta la formula “Ecco l’agnello di Dio”, si capisce che è sottintesa. Qui, vengono evidenziate due opposte condizioni in cui si può trovare l’agnello: maltrattato (percosso) o osannato (benedetto). E’ come se, anche qui, si volessero evidenziare gli opposti, le contraddizioni, confondere le vittime e i carnefici, il bene e il male.

ai piedi di una montagna,
chiuso dentro una prigione,
braccato per la campagna,
nascosto dentro a un treno,
legato sopra un altare…

Questo repentino elenco di situazioni e luoghi vuol suggerire il fatto che la vittima si può trovare ovunque, è sufficiente guardarsi intorno.

ecco l’agnello di Dio
che nessuno lo può salvare,

In tutte le situazioni elencate, ma anche in tutte le altre che potrebbero essere tranquillamente aggiunte all’elenco, emerge una condizione di impotenza della vittima. Non è rassegnazione, ma un dato di fatto: per quanto ci si possa indignare o adoperare, l’agnello sarà sempre lì e noi saremo sempre impossibilitati ad evitare il suo sacrificio. Il male ci sarà sempre, nel mondo, perché, per quanto ci si sforzi, un mondo in cui esiste solamente il bene è una mera utopia.

perduto nel deserto
che nessuno lo può trovare.

E anche se l’abbiamo perduto, non lo troviamo o non lo vediamo, lui c’è; è inevitabile.

Ecco l’agnello di Dio
senza un posto dove andare.
Ecco l’agnello di Dio
senza niente da mangiare.
Ecco l’agnello di Dio
senza un posto dove stare.

Qui ci viene presentata l’inadeguatezza della vittima a stare in mezzo agli altri. Nessuno se ne cura (avrebbe bisogno di cibo), e lei non sa cosa fare, non sa dove andare. Sono tutti troppo impegnati nei propri affari, e non solo non si prendono cura di lei ma non se ne accorgono nemmeno.

La canzone si conclude ripetendo il ritornello, con qualche piccolo nuovo innesto che corrobora ulteriormente il suo significato già descritto in precedenza.

Oh, aiutami a stare dove si può
e prenditi tutto quello che ho
insegnami le cose che ancora non so, non so
e dimmi quante maschere avrai
regalami i trucchi che fai
insegnami ad andare dovunque sarai
sarò
e dimmi quante maschere avrò
se mi riconoscerai
dovunque sarò
sarai.

Concludendo, uno degli obiettivi della canzone è quello di mostrare che spesso le cose non sono come appaiono. Dove c’è degradazione, violenza, emarginazione, peccato, miseria, spesso si nasconde una verità più profonda, un’umanità fragile e inaspettata. Dunque, la canzone porta con sé l’augurio di riuscire a riconoscere questi sentimenti anche dove meno ce li si aspettano, abituandosi a guardare al di là delle maschere (che generalmente abbruttiscono una situazione).

Il video ufficiale della canzone è stato girato sul set di un film di Gabriele Salvatores e evoca efficacemente un’atmosfera di inquietudine e desolazione. A riguardo, lo stesso De Gregori afferma:

In questo scenario di archeologia industriale del Portello (un’area dismessa dall’Alfa Romeo), e in altre riprese come quella nel letto del fiume Tagliamento in secca, un set costituito da una nuda pietraia nella quale io mi aggiro, “L’agnello di Dio” viene proiettato in un futuro di desolazione, di solitudine, di alienazione, di pazzia.
Nel video fa una apparizione hitchockiana lo stesso Salvatores.

Purtroppo, attualmente, su YouTube non è presente il video ufficiale (credo per questioni di copyright). Eccone comunque un altro:

Ecco l’elenco delle altre canzoni analizzate in questo blog:

Politica, Riflessioni, Storia

Il funzionamento perverso della nostra società: The story of stuff

Anni fa vidi un filmato che cambiò la mia visione del mondo e confermò alcune miei idee sulla sostenibilità della nostra società. Qualche giorno fa, sono tornato su quel sito e ho riguardato quel filmato, che ora voglio divulgare il più possibile. Ho trovato una versione tradotta in italiano, che riporto di seguito (il sito ufficiale del progetto è www.storyofstuff.com).

Dal filmato emerge una visione inquietante della nostra società, che – anche senza la necessità di dover controllare minuziosamente dati statistici o analisi scientifiche – può essere facilmente confermata da qualsiasi persona, avendo molteplici riscontri nella vita quotidiana o nelle esperienze vissute.

La prima cosa che emerge dal filmato e di cui dobbiamo prendere atto è che stiamo esaurendo le risorse naturali, perché usiamo troppe cose. Negli ultimi tre decenni, abbiamo consumato un terzo delle risorse naturali del pianeta. Come hanno fatto i grossi stati a consumare così tanto? Semplice: hanno consumato le risorse che spettavano ad altri, ossia hanno sfruttato il Terzo Mondo fregandosene delle persone che vivono lì. Esse, infatti, non hanno niente e, in questa società, se non possiedi niente e non puoi comprare niente, non hai valore.

Bancomat – Marco Paolini (3:12)

Tutta la nostra società funziona grazie ai consumi, allo spreco e allo sfruttamento. L’andamento dell’economia indica la direzione da seguire, perciò la società è in balia di coloro che muovono maggiormente l’economia, ossia le aziende, il cui obiettivo annuale è quello di aumentare gli utili rispetto all’anno precedente. Se tutte quante le aziende devono diventare ogni anno più ricche (per soddisfare gli azionisti), com’è possibile che questo modello di società sia sostenibile?! Porsi come obiettivo un costante accumulo di ricchezza è perverso ed è palese che non possa funzionare, in quanto un aumento di ricchezza da una parte, implica necessariamente un aumento di povertà dall’altra. E’ ovvio quindi che la logica capitalista e consumista che ha guidato il mondo fino ai giorni nostri non può funzionare ancora a lungo. Ciò che sta succedendo in questi ultimi anni (bond argentini, Cirio, Parmalat, Lehman Brothers, il fallimento di alcuni paesi) e in questi ultimi giorni (crisi dei mercati azionari) lo testimonia.

Una società attenta principalmente al bene delle aziende è una società disposta a sacrificare le persone e il pianeta. Un passo fatto ultimamente in questa direzione in Italia è il contratto che è stato approvato in alcuni stabilimenti FIAT poco tempo fa, col quale i dipendenti sono stati costretti ad accettare condizioni lavorative peggiori, perché gli utili dell’azienda sono stati giudicati insufficienti. Questo contratto segna, secondo me, una svolta storica e indirizza il mondo verso scenari decisamente inquietanti per le persone: si insegue il modello lavorativo cinese (disumano), in cui la qualità della vita dei lavoratori è sacrificabile in favore della crescita economica, del profitto.

La stessa cosa avviene nel Terzo Mondo, dove le nazioni più forti consentono alle multinazionali di sfruttare persone e territori. E’ per questo che gli aiuti umanitari che vengono pubblicizzati in favore del Terzo Mondo sono solamente dei palliativi per nascondere il vero interesse, che è quello di mantenere il Terzo Mondo esattamente nelle condizioni in cui si trova per evitare che progresso e profitti vengano frenati.

Insomma, questo modello non è sostenibile, non funziona. Occorre riscoprire una dimensione più umana. Le persone e la qualità della vita devono tornare al centro degli interessi di tutto il mondo.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
(Robert Kennedy)

E cosa possiamo fare, noi, in concreto, per spezzare questa catena fallimentare e distruttiva? Si può incominciare dalle piccole cose; ad esempio, smettere di partecipare con dedizione alla “freccia d’oro” protagonista della seconda metà del filmato col quale ho aperto questo articolo.

Tutti noi abbiamo fatto esperienza della cosiddetta “obsolescenza pianificata“: a tanti sarà successo in passato di sentirsi costretti a comprare, ad esempio, un telefono cellulare nuovo perché la batteria non durava più a sufficienza, ma tali tipi di batterie non potevano più essere trovati facilmente nei negozi. Ai giorni nostri, però, questa condizione si verifica sempre meno, in quanto la anticipiamo inconsapevolmente dalla convinzione della cosiddetta “obsolescenza percepita“. Ogni anno ai telefoni cellulari aggiungono una nuova caratteristica assolutamente inutile ma che – con un po’ di pubblicità adeguata – è sufficiente a instaurare nella gente il desiderio di averla, perché altrimenti se preferisci possedere ancora una versione obsoleta potrai essere immediatamente identificabile dagli altri. Prima ci hanno provato con gli MMS, poi con la fotocamera, poi i MegaPixel della fotocamera, poi col touch-screen, ora con i sistemi operativi e le loro applicazioni (meglio se hanno un nome accattivante, come “Apps”). A questo riguardo, Apple sta diventando una regina incontrastata, grazie all’iPhone prima (la prima versione aveva addirittura meno funzioni di un altro cellulare!) o dell’iPad adesso (utile solamente in rarissimi casi). La società si adopera affinché percepiamo queste novità come indispensabili e noi nella maggior parte delle volte ci lasciamo convincere e corriamo a spendere sempre più soldi per avere un oggetto inutile che però ci consente di fare bella figura con gli altri affermando che siamo rimasti al passo con i tempi.

Per uscire da questa logica, bisogna sforzarsi per cercare di evitare di provare il desiderio di possedere le ultime novità; bisogna, in un qualche modo, “elevarsi” dalla bassezza di certe logiche di mercato. Capisco anche io che l’iPad è figo, ma provate a fermarvi un attimo a pensare: “A cosa cavolo mi serve? Cosa me ne faccio? Mi sarà utile davvero oppure passata la moda non lo userò più?”. Se prima di acquistare qualcosa mi pongo queste domande, spesso mi trovo a desistere per poi ringraziarmi per aver evitato di spendere soldi inutilmente e non aver alimentato la logica assurda che guida la nostra società.

Attualità

Lottando contro la povertà

I potenti che governano il mondo lo fanno affermando di volersi impegnare per aiutare le famiglie povere. Si prodigano per aiutare i paesi del terzo mondo. In televisione e sui giornali dicono di fare solidarietà. Nel frattempo aumentano la loro ricchezza e la distanza tra i ricchi e i poveri si dilata, in silenzio.

Nell’annuale classifica che Forbes dedica alle persone più ricche del mondo, emerge che rispetto al 2007 i ricchi sono aumentati: quest’anno ci sono 171 persone in più rispetto all’anno scorso che possono essere etichettate come “miliardarie”.

Intanto la gente del ceto medio, che un tempo riusciva a vivere dignitosamente con il poco che aveva, ora si ritrova ad arrancare. Il ceto medio si sta appiattendo e sta per essere inglobato nella classe povera: tra poco ci saranno solo ricchi o poveri, nessuno in mezzo.

Di seguito copio/incollo una lettera che un italiano ha spedito a Beppe Grillo, il quale l’ha pubblicata tempo fa sul suo blog.

«Ieri era una splendida domenica di sole, uno di quei giorni che ti viene voglia di uscire, di vedere tutto sotto quella luce brillante.
Ma non può (si sa) andare tutto come uno lo immagina. Così vedi che tua moglie è strana, la vedi pensierosa, e con gli occhi lucidi. Ti avvicini titubante e timoroso e le chiedi cosa è successo. E qui crolla la serenità. Incominci a rinfacciarti che non è più possibile andare avanti cosi; che non è giusto che lei sia costretta ad andare anche la domenica al lavoro e i lunedì a pulire i negozi per pochi euro. Non trova mai il tempo per staccare la spina, non la porto mai fuori, non le faccio mai una sorpresa, che con la mia misera busta paga non si campa più.
Ha ragione. E’ amaro, duro, avvilente, a trentasei anni sono un fallito, non arrivo a 1500 euro. Con un mutuo da 700 euro mensili, bollette, auto, tasse e mense scolastiche (sì, ho due splendidi bambini), rate dell’auto, benzina, condominio, ecc. non riusciamo neanche a fare la spesa regolarmente.
Così, “incavolato” prendo i due bimbi ed esco con loro, li porto al parco poi alle giostre, li faccio divertire come non facevano da qualche tempo. Verso la via del ritorno li guardavo dallo specchietto retrovisore della macchina, li sentivo chiacchierare e ridere, ed ho iniziato a piangere, sì a trentasei anni piangevo come un bambino. Quando ad un tratto mio figlio più piccolo, accortosi che piangevo, mi chiede: “cosa c’è papà?”. Gli rispondo: “Nulla sono felice perché vi vedo felici”. Sono un bugiardo, avrei dovuto rispondere che ero triste perché avevo speso gli ultimi 16 euro per le giostre, che mi scusavo con loro perché Babbo Natale non si è potuto permettere la Playstation; che non sapevo come pagare due bollette, che il frigo è vuoto, che la mamma ha ragione, non le faccio mai una sorpresa.
Caro Beppe il mio è uno sfogo che avrai ricevuto migliaia di volte, ma oggi ho deciso di scriverti perché mentre ero davanti alla pressa, mi sono ricordato che circa 10 anni fa mi capitò un piccolo incidente. Una molla di un carrello porta fusti si staccò di colpo e mi colpì di striscio la fronte, mi misero 1 punto di sutura, e pochi mesi più tardi arrivò per posta un assegno di 250 mila lire. Mi è balenata l’idea per un attimo di mettere una mano sotto, la pressa, così potevo pagare le bollette arretrate. Ma ho avuto paura.
Alessio»

Attualità

Tempo reale

Pochi giorni fa, Bill Gates, fondatore di Microsoft, ha espresso il desiderio di non voler più essere la persona più ricca del mondo.
Stamattina, sul giornale, ho letto questo articolo: “Sorpreso a rubare le monete da un euro dai carrelli del supermercato, un pensionato di 74 anni è stato denunciato a piede libero dai carabinieri per furto aggravato. L’uomo si avvicinava ai carrelli, armato di coltellino e pinzette, per prelevare le monete inserite dai clienti del supermercato. Quando è stato sorpreso aveva raccolto un bottino di 5 euro.“.
(Tu da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati
o di chi li ha costruiti rubando?)
Ricordo che, tempo fa, una madre tentò una rapina in banca per accumulare i soldi necessari a coprire le spese dei due piccoli figli fino alla fine del mese.
Senza tirare in ballo la povertà del Terzo Mondo (a proposito, finalmente ho letto una notizia incoraggiante: l’Italia azzererà il 100% del credito che ha concesso ai paesi poveri!), la situazione è quantomeno curiosa: mentre un signore ultra-miliardario si lamenta di possedere troppi soldi, persone comuni (come quelle che potremmo incrociare per strada) sono disperate perché gli stessi soldi che una volta permettevano loro di vivere bene, ora non sono sufficienti nemmeno per farli sopravvivere!
(L’Italia…
Paese di ricchi e di esuberi
e tasse pagate dai poveri)
Provo molta tristezza… e, essendo un giovane in procinto di lavorare, vengo assalito dalla paura di un futuro davvero inquietante.
Non mi rimane altro che sperare…
(Viva l’Italia,
l’Italia che resiste!)