Attualità, Citazioni, Politica, Riflessioni, Storia

Com’è profondo il mare

 

Sior capitano, aiutaci ad attraversare
questo mare contro mano
(“Natale di seconda mano”, Francesco De Gregori)

 

“Preferisco morire in mare piuttosto che per mano di un dittatore”.

“Nel mio paese non torno, piuttosto preferisco annegare”.

Il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero del mondo.

Strage a Lampedusa

 

E` inutile, non c’è più lavoro, non c’è più decoro.
Dio o chi per lui sta cercando di dividerci,
di farci del male, di farci annegare.
Com’è profondo il mare.
Com’è profondo il mare.
(“Com’è profondo il mare”, Lucio Dalla)

 

Qui […] non è questione di filantropia ma di diritto, e in tal senso ospitalità significa il diritto di ogni straniero a non essere trattato ostilmente quando arriva in un territorio altrui. […] Si tratta di un diritto di visita, appartenente a tutti gli uomini, che consiste nel dichiararsi pronti a socializzare in virtù del diritto al possesso comune della superficie della terra.
(“Per la pace perpetua”, Immanuel Kant, 1795)

 

Per quanto ci sforziamo, le persone che attraversano paesi, mari e frontiere non si fermeranno; la storia è dalla loro parte. Prima lo accettiamo e cominciamo a coglierne i vantaggi, meglio sarà.

Siamo ancora in tempo per vivere in un mondo in cui la fortuna di ciascuno di noi non sia in funzione della propria condizione di origine.

 

Quante orecchie deve avere un uomo
prima che riesca ad ascoltare la gente piangere?
Sì, e quante morti ci vorranno perché egli sappia
che troppe persone sono morte?
How many ears must one man have
before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
that too many people have died?

(Blowin’ in the wind”, Bob Dylan)

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Il diritto fondamentale delle coppie omosessuali

LGBT

Molte rappresentazioni dell’altro rendono palesi, con intensità diverse, le politiche del disgusto. È inaccettabile l’omosessuale per il suo stile di vita, lo è il migrante o il rom sporco e malvestito, lo diventano tutti quelli che, per etnia o origine geografica o religione, testimoniano una diversità percepita come attentato alla propria identità. Il catalogo della discriminazione è così squadernato davanti a noi, le parole astratte rinviano a esclusione, violenza, dolore.

È rivelatore il modo in cui, nelle varie costituzioni e dichiarazioni dei diritti, si allunga la lista delle inammissibili cause di discriminazione. Si è già ricordato l’elenco contenuto nell’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, di cui è opportuno analizzare alcune caratteristiche, riferite in particolare al sesso, sia perché proprio in questa materia il disgusto gioca un ruolo determinante, sia perché offrono indicazioni importanti per una riflessione più generale.
L’elenco, peraltro non esaustivo, delle cause di discriminazione contenuto nell’art. 21 si apre con il riferimento al sesso e si chiude con quello alle tendenze sessuali. Mentre il primo riprende un canone storicamente consolidato, e che vede nel sesso una modalità oggettiva di identificazione, l’emersione delle tendenze sessuali come autonoma categoria di discriminazione esprime una soggettivizzazione della questione. Siamo di fronte al modo in cui ciascuno costruisce liberamente la propria personalità, definendo autonomamente la propria identità sessuale, con un esercizio di autodeterminazione che investe le relazioni personali e affettive, definendo anche la posizione sociale. In questo modo, peraltro, viene reinterpretato pure il tradizionale riferimento al sesso, sottratto alla logica binaria del genere maschile o femminile, come mostra l’articolazione espressa con l’acronimo «persone LGTB» – lesbiche, gay, bisessuali, transgender. Una volta di più è la biografia a costituire il punto di riferimento, ed è proprio questo dato biografico l’oggetto delle politiche del disgusto, che producono non solo discriminazioni formali, ma creano un ambiente propizio anche all’aggressione fisica.

La possibilità di ricorrere ai diritti per abbandonare la politica del disgusto e passare a quella «dell’umanità» è testimoniata da una significativa trasformazione del diritto europeo, che ha esercitato una influenza importante anche sulle corti italiane. La Carta dei diritti fondamentali determina una netta discontinuità rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950. Nell’art. 21 della Carta si vieta ogni discriminazione basata sulle tendenze sessuali. E, soprattutto, nell’art. 9 si stabilisce che il «diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». La distinzione tra «il diritto di sposarsi» e quello «di costituire una famiglia» è stata introdotta proprio per legittimare pienamente la costituzione legale di unioni in forme diverse da quella matrimoniale, ampliando così le possibilità di scelta e, soprattutto, svincolando ogni tipo di unione, matrimoniale o no, dalla diversità di sesso. L’innovazione introdotta dalla Carta si coglie con nettezza proprio attraverso il confronto con quanto è scritto nell’art. 12 della Convenzione europea: «uomini e donne hanno diritto di sposarsi e di costituire una famiglia secondo le leggi nazionali che disciplinano l’esercizio di tale diritto». Sono immediatamente evidenti le differenze sostanziali tra questo articolo e quello della Carta che, non dimentichiamolo, per i paesi membri dell’Unione europea ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Nella Carta scompare il riferimento a «uomini e donne». Non si parla di un unico «diritto di sposarsi e di costituire una famiglia», ma si riconoscono due diritti distinti, quello di sposarsi e quello di costituire una famiglia. La conclusione è evidente. Nel quadro costituzionale europeo esistono ormai due categorie di unioni destinate a regolare i rapporti di vita tra le persone. Due categorie che hanno analoga rilevanza giuridica, e dunque medesima dignità: non è più possibile sostenere che esiste un principio riconosciuto – quello del tradizionale matrimonio tra eterosessuali – e una eccezione (eventualmente) tollerata – quella delle unioni civili, eventualmente consentite anche alle persone dello stesso sesso. E nell’orizzonte disegnato dalla Carta europea dei diritti fondamentali la diversità di sesso non è più un connotato di alcuna forma di organizzazione dei rapporti interpersonali.

Cogliendo questo nuovo clima, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 138 del 2010, ha riconosciuto la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, poiché siamo di fronte a una delle «formazioni sociali» di cui parla l’art. 2 della Costituzione. Da questa constatazione la Corte trae una conclusione importante: alle persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile «spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». Sono parole impegnative: un «diritto fondamentale» attende il suo pieno riconoscimento. Non è ammissibile, dunque, la disattenzione del Parlamento, perché in questo modo si privano le persone di diritti costituzionalmente garantiti.

“Il diritto di avere diritti”, Stefano Rodotà

Citazioni, Politica, Riflessioni

La dignità di ogni persona

Le tragedie del Novecento hanno così reso visibile un’altra, terribile casistica, una moderna barbarie, e si sono trasformate in ammonimento. In apertura della Costituzione francese del 1948 si ricorda che quel testo è stato scritto “all’indomani della vittoria dei popoli liberi sui regimi che hanno cercato d’asservire e degradare la persona umana”. Ma pure i vinti, i tedeschi, si sono mossi nella medesima direzione, e hanno voluto marcare la distanza dal loro passato aprendo la loro Costituzione con il dichiarare inviolabile la dignità umana.

[…]

Ma non esistono cataloghi che contemplino le quotidiane vie verso l’esclusione dell’immigrato ritenuto indegno di sedere sulle stesse panchine dove si riposano i nativi, della donna indegna di stabilire liberamente le proprie relazioni personali e sociali, dell’omosessuale indegno di vedere riconosciuto giuridicamente il suo legame con un’altra persona, dell’arrestato indegno di essere rispettato nei suoi diritti se preme l’emergenza della sicurezza pubblica, del lavoratore indegno di conservare i diritti ritenuti incompatibili con l’emergenza economica. Queste sono le politiche dell’indegnità alle quali devono essere opposte le politiche dei diritti, mai come in questo caso costitutive dell’umanità stessa delle persone. Il mondo è fitto di queste indegnità, nuove alcune, molte invece provenienti proprio da quel passato dal quale si vuol liberare.

“Il diritto di avere diritti”, Stefano Rodotà

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Tutti sulla stessa barca

Lampedusa è stata abbandonata dallo Stato Italiano, così come lo Stato Italiano è stato abbandonato dall’Unione Europea.

E’ inutile accusarsi a vicenda alla ricerca della pecora nera (persona, stato o organizzazione che sia) responsabile del problema, causa madre di tutta questa scomoda situazione. Il problema che sta alla radice è che gli esseri umani sono istintivamente egoisti. Lo sono per natura: l’istinto di sopravvivenza della specie ci spinge ad esserlo.

Ai giorni nostri, l’egoismo ci porta ad essere favorevoli a determinate questioni discutibili a patto che esse abbiano un impatto positivo sulla nostra vita e l’eventuale danno non abbia alcuna ricaduta su di noi. Non importa se saranno altri a doversi accollare la responsabilità di gestire le conseguenze negative.

Questo è vero, ad esempio, per la questione dei termovalorizzatori (più correttamente chiamati inceneritori). Vengono considerati un male necessario: servono a smaltire i rifiuti, ma a causa del loro impatto sull’ambiente e la salute, nessuno li vuole accanto alla propria casa.

E’ vero per le centrali nucleari. Producono un’enorme quantità di energia in breve tempo, ma sono costosissime (sia da realizzare, che da dismettere una volta cessata la loro vita produttiva) e producono scorie radioattive pericolosissime che nessuno sa come fare a smaltire. Le persone che ora si dicono favorevoli alle centrali nucleari o sono disinformate oppure pensano solamente al beneficio che ne potranno trarre direttamente, senza pensare che il costo dello smantellamento dell’impianto sarà a carico dei cittadini delle generazioni successive, o che gli scienziati in futuro si troveranno costretti a dover trovare una soluzione al problema delle scorie prodotte, o che, peggio ancora, potrebbe verificarsi una catastrofe (che però, a quel punto, diventerà un problema che va al di là dei confini statali).

E, infine, per tornare all’argomento introduttivo, è vero per la questione degli immigrati; in particolare, gli immigrati arabi che in questo periodo stanno arrivando numerosi in Italia e che si trovano bloccati a Lampedusa, così come a Ventimiglia. Tutti sono d’accordo sul fatto che sia giusto aiutarli (stanno scappando da guerre e da pessime condizioni di vita) ma nessuno li vuole nel proprio paese.

Addirittura, ora, qui in Italia, citando una legge voluta dalla Lega, alcuni li chiamano “clandestini”, dimenticandosi che essi non sono venuti in Italia dopo aver progettato un piano delinquenziale segreto, ma sono semplicemente scappati dal loro paese verso la meta più vicina avente le sembianze di una terra libera e democratica. (Oltretutto, la Lega addita questi “clandestini” come uno dei mali maggiori da combattere, accaparrandosi così i voti di migliaia di gente superficiale, per poi vantarsi del fatto che la Lega ha maggiore consenso al nord, proprio dove le fabbriche vanno avanti perché si avvalgono del lavoro degli immigrati e, senza di essi, probabilmente fallirebbero).

A quanto pare, gli immigrati sono considerati esseri umani solamente quando li si usa per farsi belli davanti agli altri (dichiarando, ad esempio, che bisogna accoglierli per garantire loro i diritti umanitari di cui necessitano), per poi diventare solamente dei volgari numeri quando ce li si trova davanti: “11.285 sbarchi”, “una nave per prelevare i primi 1000 tunisini”, “1.200 migranti nelle ultime 24 ore”, “18.000 clandestini sbarcati a Lampedusa”, “850 posti nel centro di accoglienza”, …

E’ gente come te e me, o sono numeri da scaricare?
(“Numeri da scaricare”, Francesco De Gregori)