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Il diritto fondamentale delle coppie omosessuali

LGBT

Molte rappresentazioni dell’altro rendono palesi, con intensità diverse, le politiche del disgusto. È inaccettabile l’omosessuale per il suo stile di vita, lo è il migrante o il rom sporco e malvestito, lo diventano tutti quelli che, per etnia o origine geografica o religione, testimoniano una diversità percepita come attentato alla propria identità. Il catalogo della discriminazione è così squadernato davanti a noi, le parole astratte rinviano a esclusione, violenza, dolore.

È rivelatore il modo in cui, nelle varie costituzioni e dichiarazioni dei diritti, si allunga la lista delle inammissibili cause di discriminazione. Si è già ricordato l’elenco contenuto nell’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, di cui è opportuno analizzare alcune caratteristiche, riferite in particolare al sesso, sia perché proprio in questa materia il disgusto gioca un ruolo determinante, sia perché offrono indicazioni importanti per una riflessione più generale.
L’elenco, peraltro non esaustivo, delle cause di discriminazione contenuto nell’art. 21 si apre con il riferimento al sesso e si chiude con quello alle tendenze sessuali. Mentre il primo riprende un canone storicamente consolidato, e che vede nel sesso una modalità oggettiva di identificazione, l’emersione delle tendenze sessuali come autonoma categoria di discriminazione esprime una soggettivizzazione della questione. Siamo di fronte al modo in cui ciascuno costruisce liberamente la propria personalità, definendo autonomamente la propria identità sessuale, con un esercizio di autodeterminazione che investe le relazioni personali e affettive, definendo anche la posizione sociale. In questo modo, peraltro, viene reinterpretato pure il tradizionale riferimento al sesso, sottratto alla logica binaria del genere maschile o femminile, come mostra l’articolazione espressa con l’acronimo «persone LGTB» – lesbiche, gay, bisessuali, transgender. Una volta di più è la biografia a costituire il punto di riferimento, ed è proprio questo dato biografico l’oggetto delle politiche del disgusto, che producono non solo discriminazioni formali, ma creano un ambiente propizio anche all’aggressione fisica.

La possibilità di ricorrere ai diritti per abbandonare la politica del disgusto e passare a quella «dell’umanità» è testimoniata da una significativa trasformazione del diritto europeo, che ha esercitato una influenza importante anche sulle corti italiane. La Carta dei diritti fondamentali determina una netta discontinuità rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950. Nell’art. 21 della Carta si vieta ogni discriminazione basata sulle tendenze sessuali. E, soprattutto, nell’art. 9 si stabilisce che il «diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». La distinzione tra «il diritto di sposarsi» e quello «di costituire una famiglia» è stata introdotta proprio per legittimare pienamente la costituzione legale di unioni in forme diverse da quella matrimoniale, ampliando così le possibilità di scelta e, soprattutto, svincolando ogni tipo di unione, matrimoniale o no, dalla diversità di sesso. L’innovazione introdotta dalla Carta si coglie con nettezza proprio attraverso il confronto con quanto è scritto nell’art. 12 della Convenzione europea: «uomini e donne hanno diritto di sposarsi e di costituire una famiglia secondo le leggi nazionali che disciplinano l’esercizio di tale diritto». Sono immediatamente evidenti le differenze sostanziali tra questo articolo e quello della Carta che, non dimentichiamolo, per i paesi membri dell’Unione europea ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Nella Carta scompare il riferimento a «uomini e donne». Non si parla di un unico «diritto di sposarsi e di costituire una famiglia», ma si riconoscono due diritti distinti, quello di sposarsi e quello di costituire una famiglia. La conclusione è evidente. Nel quadro costituzionale europeo esistono ormai due categorie di unioni destinate a regolare i rapporti di vita tra le persone. Due categorie che hanno analoga rilevanza giuridica, e dunque medesima dignità: non è più possibile sostenere che esiste un principio riconosciuto – quello del tradizionale matrimonio tra eterosessuali – e una eccezione (eventualmente) tollerata – quella delle unioni civili, eventualmente consentite anche alle persone dello stesso sesso. E nell’orizzonte disegnato dalla Carta europea dei diritti fondamentali la diversità di sesso non è più un connotato di alcuna forma di organizzazione dei rapporti interpersonali.

Cogliendo questo nuovo clima, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 138 del 2010, ha riconosciuto la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, poiché siamo di fronte a una delle «formazioni sociali» di cui parla l’art. 2 della Costituzione. Da questa constatazione la Corte trae una conclusione importante: alle persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile «spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». Sono parole impegnative: un «diritto fondamentale» attende il suo pieno riconoscimento. Non è ammissibile, dunque, la disattenzione del Parlamento, perché in questo modo si privano le persone di diritti costituzionalmente garantiti.

“Il diritto di avere diritti”, Stefano Rodotà

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